Giovanni Vitolo.
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Medioevo.
I caratteri originali di un'et di transizione.
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Parte 4.
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2000 Rizzoli RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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14. Il rinnovamento della vita religiosa e la riforma della Chiesa.
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14.1 La crisi dell'ordinamento ecclesiastico.
14.2 Cluny e la riforma dei monasteri.
14.3 L'eremitismo e la nascita di nuovi ordini religiosi.
14.4 Il movimento canonicale e i fermenti religiosi nel mondo dei laici.
14.5 La riforma imperiale.
14.6 Il papato alla testa del movimento riformatore.
14.7 Lo scontro tra due grandi personalit: Gregorio Ottavo ed Enrico Quarto.
14.8 La lotta per le investiture.
14.9 Urbano Secondo e la ripresa dell'iniziativa papale.
14.10 Pasquale Secondo e l'utopia di una Chiesa povera.
14.11 Alla ricerca di un compromesso. Il concordato di Worms.
14.12 L'evoluzione del papato in senso monarchico.
APPROFONDIMENTI: Graziano e la nascita del diritto canonico.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: Gregorio Settimo e la Riforma Gregoriana.
Bibliografia.
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15. Rinascita culturale e nuove esperienze religiose.
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15.1 Una rinascita improvvisa?
15.2 I centri della rinascita culturale.
APPROFONDIMENTI: Il "candido manto di chiese" e la nuova architettura romanica.
15.3 La nascita delle Universit.
15.4 L'organizzazione degli studi universitari.
15.5 Lo sviluppo della produzione libraria.
15.6 L'affermazione delle lingue volgari e la diffusione della cultura.
APPROFONDIMENTI: La scrittura dei testi non scolastici.
15.7 L'emergere di nuove forme di dissenso religioso.
15.8 Gli ordini mendicanti.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: Eretici o testimoni della verit?
Bibliografia.
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16. Rapporti feudali e processi di ricomposizione politico-territoriale. L'impero e l'Italia dei Comuni
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16.1 Il movimento delle paci di Dio e la nascita della cavalleria.
APPROFONDIMENTI: Un gioco pericoloso: il torneo.
16.2 I rapporti feudo-vassallatici come rinnovato strumento di governo.
16.3 Le origini dei Comuni italiani.
16.4 Il Comune consolare.
16.5 Federico Barbarossa e i Comuni italiani.
16.6 Dalla rottura con il papato alla pace di Costanza.
16.7 L'evoluzione sociale e istituzionale dei Comuni.
16.8 Le lotte tra nobilt e popolo.
16.9 Il Comune popolare e l'affrancazione dei servi.
Il DIBATTITO STORIOGRAFICO: Nobilt e cavalleria: istituzioni o stili di vita?
Bibliografia.
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17. La diffusione dei rapporti feudali. L'Inghilterra, il Mediterraneo e le crociate.
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17.1 Esempi di feudalit efficiente.
17.2 I Normanni in Italia meridionale.
APPROFONDIMENTI: L'"Apostolica legazia": la via siciliana alla definizione dei rapporti tra Stato e Chiesa.
17.3 I caratteri del Regno di Sicilia.
17.4 Le origini delle crociate.
APPROFONDIMENTI: Alle origini del turismo religioso: la "Guida per i pellegrini di San Giacomo di Compostela".
17.5 Gli Stati crociati e l'esportazione dei rapporti feudali in Oriente.
17.6 La riscossa dei musulmani.
17.7 La quarta crociata e la formazione dell'impero latino d'Oriente.
17.8 La fine dell'impero latino d'Oriente e l'agonia dell'ideale della crociata.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: La crociata, le crociate.
Bibliografia.
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FINE Indice.
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14. IL RINNOVAMENTO DELLA VITA RELIGIOSA E LA RIFORMA DELLA CHIESA.
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14.1. La crisi dell'ordinamento ecclesiastico.
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L'espansione dello spazio coltivato, la ripresa delle attivit mercantili e artigianali, e lo sviluppo delle citt si inquadravano in un pi generale contesto di crescita della societ europea, che coinvolgeva anche altri campi, ugualmente contrassegnati da nuove esperienze.
In ambito religioso, anzi, l'esigenza di rinnovamento si manifest prima che altrove; e questo non sorprende, considerando che era stato proprio il mondo ecclesiastico ad assorbire tutte le risorse intellettuali dell'Europa alto-medevale.
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Come si ricorder, il Decimo secolo aveva conosciuto il massimo della crisi sia delle istituzioni politiche sia di quelle ecclesiastiche, le une e le altre in preda a un grave disordine.
L'ordinamento pubblico si era frantumato in un groviglio di diritti signorili, che i sovrani non riuscivano a disciplinare, dato che gli stessi funzionari pubblici avevano incorporato le loro cariche nei propri patrimoni familiari. L'ordinamento ecclesiastico, privato del sostegno del potere politico in seguito alla crisi dell'impero, non riusciva a funzionare sia per l'ingerenza dei laici nelle nomine di papi, vescovi, abati e rettori di chiese sia per il livello culturale e morale assai basso di prelati e chierici, che trascuravano i loro compiti pastorali e sottraevano beni alle chiese, incorporandoli nel patrimonio delle loro famiglie o dandoli in feudo ai propri vassalli.
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I due aspetti della crisi delle istituzioni ecclesiastiche erano ovviamente collegati tra di loro, dato che all'origine della corruzione e dell'ignoranza del clero c'erano proprio i criteri clientelari, con cui si procedeva al suo reclutamento. A far peggiorare ancora di pi la situazione contribu a un certo momento la diffusione della simonia, per cui sovrani, vescovi e signori laici non esitarono ad accettare o a richiedere somme di denaro da coloro che aspiravano al conseguimento di dignit ecclesiastiche. Un altro problema era rappresentato dai chierici ammogliati e da quelli che, soprattutto nelle campagne, aggiravano l'obbligo del celibato, vivendo in concubinato. Il fenomeno era diffuso un po' dovunque, ma in particolare in Italia meridionale, dove era riconducibile anche all'influsso della Chiesa greca, che invece ammetteva il matrimonio dei preti.  vero che i chierici concubinari non potevano trasmettere le loro funzioni e i relativi beni ai figli naturali, che, in quanto illegittimi, non potevano aspirare all'eredit paterna; tuttavia questi ricevevano non di rado terre in concessione o in feudo, e finanche chiese minori, che poi affidavano a preti di loro scelta, cos come facevano gli altri proprietari di chiese private.
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Tra la crisi dell'ordinamento politico e quella dell'ordinamento ecclesiastico c'era per una differenza, e non di poco conto. Alla prima ci si adatt facilmente, sia perch le condizioni generali dell'Europa alto-medevale non consentivano, come si  detto, di far funzionare organismi politici di grandi dimensioni sia perch la societ stessa provvide a trovare rimedio al disordine attraverso le iniziative di famiglie di signori e di funzionari pubblici, che diedero vita a nuovi ambiti di potere a carattere territoriale. Su questo fenomeno ritorneremo pi ampiamente in uno dei prossimi capitoli. Qui anticipiamo soltanto che si tratt di un processo assai lento, per cui la dispersione dei poteri pubblici continu ancora a lungo. Molto pi rapido ed efficace fu invece il recupero della funzionalit dell'apparato ecclesiastico.
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Innanzitutto, come ha osservato Giovanni Tabacco, l'importanza preponderante che gli uomini del tempo attribuivano al ruolo degli uomini di chiesa (oratores), i quali, come si ricorder, costituivano il primo ordine della societ, fece s che le loro manchevolezze fossero sentite come pi gravi, e quindi come intollerabili, da parte degli esponenti pi sensibili dei varii ceti sociali, dai signori e principi territoriali ai semplici fedeli. A ci  da aggiungere che il mondo ecclesiastico, avendo assorbito in s tutte le energie intellettuali dell'Europa alto-medevale, aveva gli strumenti di carattere culturale, per comprendere la natura dei fenomeni allora in atto nella Cristianit e per indicare i relativi rimedi. E fu proprio la convergenza tra rinnovate esigenze religiose e disponibilit di risorse di carattere culturale a mettere in moto un grande movimento di riforma della Chiesa, destinato a imprimere ad essa un volto completamente nuovo e un assetto organizzativo, destinato a durare sostanzialmente fino ai nostri giorni.
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14.2. Cluny e la riforma dei monasteri.
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Non a caso fu nell'ambito dei monasteri che si manifestarono i primi segni di rinnovamento.
Era infatti in essi che, nonostante le difficolt create dalla presenza di abati imposti dall'esterno, si continuava una tradizione di studi e di riflessione teologica, al servizio non solo della Chiesa ma anche del potere politico, al quale i monasteri fornivano diplomatici, consiglieri ed esperti amministratori. Gi nel corso del Decimo secolo, pertanto, cominciarono ad essere sperimentati forme nuove di vita monastica e moduli organizzativi, capaci di garantire ai monaci minori condizionamenti esterni.
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L'esperienza, che si rivel particolarmente feconda e che riassume in s buona parte della storia monastica del periodo a cavallo tra primo e secondo Millennio, fu quella del monastero di Cluny, fondato nel 910 in Borgogna dal duca Guglielmo d'Aquitania e dall'abate Bernone. Le novit che vi furono sperimentate furono di vario genere, anche se per alcune di esse  possibile indicare dei precedenti in altre abbazie benedettine, come ad esempio a Montecassino. Innanzitutto con Cluny abbiamo il primo esempio organico di "ordine religioso". La regola benedettina prevedeva, infatti, la piena indipendenza di ogni monastero sotto la guida del suo abate e la giurisdizione del vescovo, ma questo aveva creato non pochi inconvenienti. I vescovi non di rado utilizzavano i beni monastici per il mantenimento delle loro clientele armate e i monaci erano privi di difesa contro le pressioni esterne sia dei vescovi sia dei laici, soprattutto in occasione delle elezioni abbaziali. Ora si sperimentava una formula nuova, di tipo centralistico: pi monasteri sotto la guida di un solo abate, quello di Cluny, che reggeva le comunit locali attraverso dei priori, garantendo cos una certa uniformit di governo e, soprattutto, una maggiore forza di resistenza ai condizionamenti esterni. Il prestigio dell'abate cluniacense era rafforzato inoltre dall'immunit - di cui fu ben presto dotata l'abbazia per sottrarla all'ingerenza dei funzionari pubblici -, e soprattutto dalla diretta dipendenza dal papato, con conseguente esenzione dalla giurisdizione del vescovo di Mcon. Si trattava di una condizione giuridica del tutto particolare, gi sperimentata a Montecassino, ma che nel caso di Clunysi rivel un provvedimento capace di conferire un forte slancio a una nuova fondazione monastica.
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Di non minore rilevanza erano le novit di carattere religioso e culturale. Gi Benedetto di Amiane, il riformatore dei monasteri del tempo di Ludovico il Pio, aveva modificato l'equilibrio tra lavoro e preghiera, previsto dalla regola benedettina, dando pi spazio alla preghiera e alle pratiche liturgiche. I cluniacensi fecero ancora di pi: il lavoro manuale scomparve del tutto dalle occupazioni dei monaci, per essere affidato soltanto a servi e coloni. Nello stesso tempo venivano introdotti la lettura giornaliera di un gran numero di salmi, solenni funzioni liturgiche, nuovi culti di santi e riti di suffragio per i defunti, consistenti non soltanto in preghiere, ma anche nella distribuzione di pasti ai poveri: pratica, quest'ultima, destinata a raggiungere dimensioni enormi - tremila pasti al giorno - e a contribuire fortemente al dissesto finanziario dell'abbazia.
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Preghiere, riti, opere di misericordia miravano a stringere in una comunione universale tutti i credenti, vivi e defunti, ma soprattutto i benefattori e gli amici dell'ordine, che diventavano sempre pi numerosi in Francia, in Italia, in Germania, in Spagna. Non poco tempo i monaci, e soprattutto gli abati, dedicavano anche allo studio e all'attivit letteraria, finalizzata all'edificazione morale di laici ed ecclesiastici. Un genere letterario molto praticato fu l'agiografia, dato che attraverso le vite dei santi era possibile proporre modelli di vita cristiana. Significativa fu la Vita sancti Geraldi, scritta da Oddone, secondo abate di Cluny, in cui veniva proposto come modello di santit un laico, il conte Geraldo d'Aurillac. Intanto il prestigio di Cluny cresceva sempre di pi e da ogni parte giungevano appelli ai suoi abati, perch promuovessero la riforma di monasteri decaduti. A Oddone si rivolsero anche Alberico, signore di Roma, e Ugo, abate di Farfa, nel Lazio.
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Contemporaneamente operavano altri riformatori, ispirandosi al modello cluniacense o in maniera del tutto autonoma. Tra i primi  da ricordare Guglielmo di Volpiano, che fond o riform monasteri, muovendosi in una vasta area compresa tra il Piemonte e la Normandia.
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14.3. L'eremitismo e la nascita di nuovi ordini religiosi.
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L'eremitismo era una forma di vita monastica praticata fin dai primi secoli dell'era cristiana, configurandosi come separazione totale dalla societ. Intorno al Mille ebbe una grande ripresa, proprio come reazione alla crisi delle istituzioni ecclesiastiche e politiche, e come espressione di una religiosit diversa, pi intima e pi aderente al modello della povert evangelica: esigenza, questa, che non poteva essere soddisfatta da un tipo di monachesimo come quello cluniacense, caratterizzato dalla grandiosit dei riti e degli edifici sacri, e dalla disponibilit di grandi risorse economiche, anche se utilizzate per opere di misericordia. All'inizio si tratt, come nel passato, di eremiti isolati o viventi l'uno accanto all'altro in posti solitari e appartati, dove per la quiete non durava a lungo, perch spesso la loro fama di santit attirava discepoli e fedeli, bisognosi di assistenza spirituale.
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Ben presto sorsero veri e propri ordini religiosi di tipo eremitico, come quello fondato a Camaldoli (nell'Aretino) agli inizi del secolo Undicesimo da Romualdo di Ravenna, il quale, rifacendosi al modello degli eremiti egiziani e agli insegnamenti di Giovanni Cassiano, diede vita a una piccola comunit di eremiti. Da essa dipendevano varii monasteri, nei quali vivevano quei monaci, che non si sentivano forti abbastanza per affrontare i rigori della vita eremitica.
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All'esperienza di Romualdo sono da ricondurre anche l'attivit di Giovanni Gualberto, fondatore dei Vallombrosani, sempre in Toscana, e di Pier Damiani, uno dei maggiori protagonisti della storia religiosa e culturale dell'XI secolo. Mosso da una grande inquietudine spirituale, Pier Damiani fond eremi sull'Appennino, tra cui quello di Fonte Avellana, ma svolse nello stesso tempo un'appassionata lotta per la riforma del clero e dei monaci, collaborando con il papato, fino ad assumere il titolo di cardinale.
Al filone eremitico  da collegare anche l'ordine dei Certosini, fondato in Francia, presso Grenoble, alla fine dell'XI secolo da Bruno di Colonia. Esso fu cos denominato dalla Grande Chartreuse, il luogo dove sorse nel 1084 la prima comunit e che diede il nome anche ai monasteri dipendenti, detti appunti certose. Si trattava di grandi complessi edilizi, in buona parte oggi ancora esistenti, formati da celle (ognuna delle quali dotata di un piccolo giardino), in cui i certosini vivevano da soli per la maggior parte della giornata, e da edifici per la preghiera comunitaria.
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A ideali in parte diversi era ispirato invece l'ordine dei Cistercensi, nato a Citeaux, sempre in Francia, sul finire del secolo XI. Per essi, infatti, non si trattava solo di soddisfare il desiderio di solitudine e di religiosit pi intima, ma anche di recuperare lo spirito originario della regola benedettina e quindi l'ideale evangelico della povert, in polemica sempre pi esplicita con i cluniacensi. I cistercensi si insediarono, pertanto, in luoghi incolti e paludosi, che essi stessi bonificarono e misero a coltura, per procurarsi da vivere con il lavoro delle proprie mani. Vollero inoltre restare sottomessi ai vescovi, rifiutando l'esenzione di tipo cluniacense, per cui i vescovi ne favorirono la diffusione all'interno delle loro diocesi. Diversa era anche la struttura organizzativa dell'ordine, basata sull'autonomia dei singoli monasteri e su un organismo centrale, il capitolo generale, che si riuniva ogni anno ed emanava norme valide per tutte le case dell'ordine, che verso la met del Dodicesimo secolo erano circa 350. Allora i cistercensi erano all'apice della loro fortuna, resa possibile anche dal grandissimo prestigio di cui godeva il loro maggiore esponente, Bernardo di Chiaravalle, che mor nel 1153.
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Nei decenni seguenti anch'essi entrarono in crisi, e per gli stessi motivi che erano all'origine del declino di Cluny. Il grande successo dei monaci bianchi - come erano detti dal loro abito, diverso da quello nero, che contrassegnava gli altri rami della famiglia benedettina aveva procurato loro grandi ricchezze e potenza, per cui furono costretti a lasciare il lavoro manuale, per incombenze di carattere gestionale e amministrativo, finendo poi con il ricorrere a quello stesso istituto dell'esenzione dalla giurisdizione vescovile, che avevano aspramente contestato a Cluny. Questo non valse per a ridare loro slancio, per cui si prepar il campo per l'affermazione di altri ordini religiosi, votati all'ideale della povert: gli ordini mendicanti.


14.4
Il movimento canonicale
e i fermenti religiosi nel mondo dei laici

Un'altra componente importante del movimento di riforma della Chiesa fu costituita dalle comunit canonicali. Come si ricorder, i sovrani carolingi, e Ludovico il Pio in particolare, avevano cercato di ripristinare la vita comune del clero, prescrivendo la costruzione di appositi edifici (claustra canonicorum), nei quali i chierici addetti all'officiatura delle chiese avrebbero dovuto vivere in comune. Quelle norme, per, non furono mai attuate appieno e ben presto furono dimenticate. La conseguenza fu che la vita comune, l dove era stata introdotta, entr in crisi e i beni destinati al mantenimento delle comunit canonicali furono divisi in quote, dette prebende, assegnate ai singoli chierici.
Un'inversione di tendenza si manifest tra Decimo e Undicesimo secolo nell'ambito delle chiese cattedrali, e questo ancora una volta non ci sorprende, dato che anche presso di esse, come nei monasteri, si erano conservate buone tradizioni di cultura. Basti ricordare la scuola cattedrale di Reims, dove insegn l'uomo pi dotto del Decimo secolo, Gerberto d'Aurillac, il futuro papa Silvestro II. Famosa stava gi per diventare allora la scuola cattedrale di Chartres (non lontano da Parigi), dove insegnava Fulberto, poi vescovo della citt. Ne riparleremo nel prossimo capitolo. Qui vi abbiamo fatto cenno solo per mostrare il tipo di ambiente, dal quale provenivano quei vescovi che, tra Decimo e Undicesimo secolo, cominciarono ad affiancare ai loro mille impegni di carattere politico e gestionale una maggiore attenzione agli aspetti religiosi e pastorali del loro ministero. La loro attivit riformatrice all'inizio si concretizz proprio nello sforzo di ripristinare la vita comune, considerata come il miglior rimedio contro il concubinato, non solo tra i canonici della cattedrale, ma anche tra i chierici operanti presso le altre chiese della diocesi. Anzi questo impegno appare cos caratterizzante, che la promozione della vita comune del clero  prova sicura dell'adesione di un vescovo al movimento riformatore.
Ben presto quelle che sembravano iniziative isolate diventarono sempre pi numerose, per cui si pu parlare per il secolo Undicesimo di un vero e proprio movimento canonicale.
Si formarono cos comunit di chierici, rette da regole pi o meno rigorose, tra cui quella di sant'Agostino, e chiamate perci canoniche regolari. Esse non sono da confondere con le comunit monastiche. I monaci, infatti, erano dediti alla vita contemplativa e spesso non erano chierici; sar solo a partire dal secolo Dodicesimo che prenderanno abitualmente gli ordini sacri. I canonici regolari erano invece comunit di chierici, che vivevano in comune, per imitare gli apostoli e per prepararsi meglio - attraverso lo studio e la preghiera - all'esercizio del ministero sacerdotale.
Voci di critica nei riguardi del clero simoniaco e concubinario si levavano, come si  accennato, anche dall'interno del laicato. L'esigenza di un rinnovamento della vita religiosa diventava, peraltro, sempre pi sentita, man mano che il progredire del movimento di riforma all'interno dei monasteri e delle comunit canonicali forniva ai laici esempi di esperienze religiose pi intense e aderenti al Vangelo. La stessa diffusione dell'eremitismo influiva sulla religiosit laicale, dato che non di rado dal mondo degli eremiti provenivano predicatori itineranti, che tuonavano contro i costumi corrotti del clero.
In questo clima di rinnovata aspirazione alla vita evangelica si colloca un movimento di contestazione, nato verso la met del secolo Undicesimo a Milano, da dove si diffuse in altre citt dell'Italia centro-settentrionale. Ne fu promotore un diacono proveniente dalle campagne varesine, Arialdo, il quale cominci a predicare contro i chierici concubinari, esortando a rifiutare i sacramenti da loro amministrati. La reazione del clero e dell'arcivescovo Guido da Velate, che scomunic i patarini, come vennero definiti i seguaci di Arialdo in segno di disprezzo ("patarino" significava forse "straccione"), rese l'atmosfera incandescente. I patarini, ai quali andava la non velata simpatia del vescovo di Lucca Anselmo da Baggio, futuro papa Alessandro II, allargarono, infatti, il fronte di lotta, attaccando anche i preti simoniaci, tra i quali fu incluso lo stesso Guido da Velate.
Contemporaneamente sempre pi vivace si faceva la contestazione di vescovi e chierici corrotti da parte dei movimenti popolari della Toscana, nati sull'onda dell'accesa predicazione dei monaci vallombrosani, i quali svolgevano all'interno del laicato un'opera di animazione del tutto insolita per un ordine monastico.
I tempi erano ormai maturi perch si tentasse di realizzare un coordinamento tra i varii filoni del movimento di riforma, che intanto aveva suscitato anche un vivace dibattito a livello teologico, sul quale torneremo tra poco. Quel coordinamento fu assicurato dal papato, ma, prima che esso assumesse un ruolo di protagonista, l'iniziativa fu per qualche tempo nelle mani del potere politico.


14-5
La riforma imperiale

Gli imperatori tedeschi fin dal tempo di Ottone Primo erano stati fortemente interessati al corretto funzionamento dell'ordinamento ecclesiastico, e ci non solo per motivi religiosi, ma anche perch vescovi, abati e rettori di chiese erano un prezioso sostegno del potere imperiale. La stessa premura avevano manifestato nei riguardi del papato, al quale, avvalendosi della loro influenza, avevano sempre cercato di far ascendere prelati di alto profilo morale e intellettuale; basta ricordare il gi citato Gerberto d'Aurillac. Non sorprende, perci, che, quando l'esigenza di un profondo rinnovamento della Chiesa cominci ad essere largamente diffusa, gli imperatori stessi se ne facessero interpreti e sostenitori.
Significativa fu in particolare l'opera dell'imperatore Enrico III, succeduto nel 1039 a Corrado II, l'antagonista dell'arcivescovo di Milano Ariberto d'Intimiano. Egli continu, come il suo predecessore, ad appoggiarsi ai piccoli feudatari per ridurre la potenza dei grandi, ma nello stesso tempo intraprese un'opera di moralizzazione all'interno dell'episcopato.
Alcuni vescovi, infatti, avevano uno stile di vita non molto diverso da quello dei feudatari laici e risultavano non pi affidabili per l'impero, oltre al fatto che erano motivo di scandalo per i fedeli. Enrico Terzo cerc perci un collegamento con gli avversari degli ecclesiastici a lui poco graditi e con le forze impegnate nell'opera di riforma della Chiesa. Il suo appoggio and soprattutto ai monasteri e a personaggi come Odilone di Cluny e il gi citato Pier Damiani, il quale dall'eremo di Fonte Avellana aveva chiesto il suo intervento contro l'arcivescovo di Ravenna, che ostacolava l'opera dei monaci riformatori.
Nel 1046, poi, Enrico Terzo volse la sua attenzione alla Chiesa di Roma, allora in profonda crisi, perch le rivalit tra le famiglie dell'aristocrazia romana avevano portato all'elezione contemporanea di ben tre papi. Egli li depose tutti e tre, e al Concilio di Sutri fece eleggere un suo candidato, che prese il nome di Clemente II. Vennero emanate anche norme contro gli ecclesiastici colpevoli di simonia, che furono dichiarati decaduti. La situazione era, per, tutt'altro che semplice. Pier Damiani, ad esempio, non era soddisfatto dell'operato del papa imposto dall'imperatore, che egli accusava di favorire vescovi indegni.
Nello stesso tempo tra gli intellettuali impegnati nell'opera di riforma cominciava a diffondersi l'idea che non era possibile un'opera di vero rinnovamento senza la libertas Ecclesiae, senza cio eliminare l'ingerenza dei laici, e quindi anche dell'imperatore, nella scelta di papi, vescovi, abati, rettori di chiese. La rapidit con cui si faceva strada questa idea  dimostrata dal comportamento di Brunone di Toul, il quale, pur essendo stato designato al trono pontificio da Enrico III, di cui era parente, volle essere eletto regolarmente dal clero e dal popolo di Roma, prendendo poi il nome di Leone Nono (1049-1054).
Egli cominci con il riunire intorno a s da ogni parte d'Europa i maggiori esponenti del movimento di riforma: Pier Damiani, l'abate Ugo di Cluny, Umberto monaco dell'abbazia di Moyenmoutier (in Lorena), che fu nominato cardinale di Silvacandida (gi ne abbiamo parlato a proposito dello scisma d'Oriente), Federico di Lorena (futuro abate di Montecassino e, nel 1057-1058, pontefice con il nome di Stefano IX), il gi citato Anselmo da Baggio (come si  detto, futuro papa Alessandro II), Ildebrando di Soana (futuro papa Gregorio VII), Guitmondo vescovo di Aversa, l'ex patarino Bonizone, vescovo di Sutri, Bernoldo di Costanza. Con la loro collaborazione organizz concili, in cui fu ribadita la condanna di simonia e concubinato, e cominci ad essere elaborata, per impulso soprattutto di Umberto di Silvacandida, la teoria del primato del papa sulla Chiesa universale (in questo contesto si colloca lo scisma con la Chiesa d'Oriente, di cui abbiamo gi parlato).
Una battuta d'arresto nella sua intensa attivit fu provocata dallo scontro con i Normanni dell'Italia meridionale. Ne parleremo pi diffusamente nel cap. 17. Qui  sufficiente ricordare che il pontefice nel 1053 si pose alla testa di un esercito che mosse contro di loro.
Sconfitto a Civitate, in Puglia, fu trattenuto, praticamente prigioniero, per quasi un anno, fino a quando cio non si convinse dell'utilit di un'intesa con i Normanni, i quali, in cambio del riconoscimento delle loro conquiste, promettevano al papato appoggio politico e militare. La crescente autonomia dalle direttive imperiali di Leone Nono e dei suoi pi stretti collaboratori non valsero tuttavia a far desistere Enrico Terzo dalla sua politica moralizzatrice, che intanto incontrava sempre maggiori difficolt. Da una parte, infatti, cresceva l'ostilit contro di lui di quei vescovi che non avevano alcuna intenzione di adeguarsi alle nuove regole di comportamento elaborate dall'imperatore e dai riformatori romani: cervicosi tauri (tori ostinati) li defin Bonizone di Sutri; dall'altra, non pochi esponenti del movimento di riforma sempre meno si sentivano solidali con lui, dato che si andavano orientando verso una completa autonomia dal potere politico, con conseguente separazione della Chiesa dall'impero.
La morte di Enrico III, nel 1056, e la debolezza del potere imperiale, retto dall'imperatrice Agnese in nome del figlioletto Enrico IV, evitarono per il momento l'esplodere delle contraddizioni, consentendo nello stesso tempo a quello che possiamo chiamare il gruppo dei riformatori romani di mettere a punto la propria strategia.


14.6
Il papato alla testa del movimento riformatore

Elaborare una strategia non era un'impresa facile per un gruppo di riformatori tenuto insieme da una comune istanza morale, ma diviso al suo interno da una diversa valutazione dei termini del problema. Semplificando una realt che era molto pi complessa, potremmo dire che le posizioni erano fondamentalmente due. Da una parte c'era lo schieramento, guidato da Umberto di Silvacandida, che potremmo definire rigorista e che propugnava un'assoluta indipendenza della Chiesa dal potere regio e imperiale, nonch una condanna pi decisa della simonia, che avrebbe dovuto comportare non solo la deposizione dei vescovi simoniaci, ma anche l'annullamento di tutti i loro atti, tra i quali le ordinazioni sacerdotali. Dall'altra c'era chi, come Pier Damiani, riteneva impraticabili soluzioni di questo genere, e ci sia per motivi di carattere teologico sia per considerazioni di ordine pratico. Innanzitutto - sosteneva il fiero eremita, nel frattempo diventato cardinale - i sacramenti sono validi indipendentemente dalla qualit morale di chi li amministra, senza contare poi che alcuni di essi, come ad esempio l'ordine sacro, non possono essere impartiti due volte.
A questo era da aggiungere che l'annullamento delle ordinazioni sacerdotali fatte dai vescovi simoniaci avrebbe comportato uno sconvolgimento assai grave nella vita di molte chiese, le quali si sarebbero trovate all'improvviso private dei loro rettori. Altrettanto deciso era il suo dissenso sul problema del rapporto con l'impero, essendo egli ancora fermamente convinto dell'unione inscindibile tra regno e sacerdozio; si trattava, pertanto, di ridefinire ruoli e competenze, ma non di operare una netta separazione. All'inizio sembr prevalere l'impostazione di Pier Damiani, ma poi, come vedremo, il movimento di riforma prese una direzione completamente nuova, giungendo a una ridefinizione complessiva dei rapporti tra papato, regno ed episcopato.
Intanto il papato, approfittando della minorit di Enrico IV, si rafforzava politicamente e attuava, con Niccol Secondo (1059-1061) e Alessandro Secondo (1061-1073), una serie di interventi assai importanti in ambito disciplinare e organizzativo.
Il primo perfezion l'intesa con i Normanni dell'Italia meridionale, gi avviata da Leone IX, arrivando nel 1059 alla stipula dell'accordo di Melfi con il pi forte dei capi normanni, Roberto il Guiscardo, che ottenne, in qualit di vassallo della Chiesa di Roma, il titolo di duca di Puglia e Calabria. Nello stesso anno riun un concilio nel Laterano, nel quale furono varati provvedimenti, che impressero una forte accelerazione alla riforma.
Innanzitutto vennero modificate le procedure per l'elezione papale, che fu sostanzialmente riservata al collegio dei cardinali, riducendosi a un fatto puramente formale l'intervento finale del clero e del popolo romano. Fu rinnovato inoltre l'obbligo del celibato degli ecclesiastici e fu proibito loro di ricevere chiese dai laici, anche a titolo gratuito. I due successivi concili del 1060 e 1061, tenutisi sempre nel Laterano, si espressero in maniera definitiva sul problema della simonia, attuando una specie di sanatoria: i vescovi simoniaci furono deposti, ma le ordinazioni da loro compiute fino a quel momento, purch non ci fosse stato versamento di denaro, furono ritenute valide; in futuro anch'esse sarebbero state considerate nulle.


14.7 
Lo scontro tra due grandi personalit: Gregorio Settimo ed Enrico IV

Enrico IV, uscito di minorit nel 1066, si rese subito conto delle conseguenze che i recenti provvedimenti adottati dal papato avrebbero avuto sul piano politico, privandolo del controllo delle sedi vescovili e delle grandi abbazie, indispensabile per controbilanciare la potenza dell'aristocrazia laica. In verit gi in precedenza la madre e i suoi consiglieri avevano tentato di bloccare i riformatori romani, facendo leva sull'ostilit verso di loro di non pochi vescovi; ora per il giovane sovrano aveva intenzione di affrontare la questione con maggiore decisione, anche se nell'immediato era completamente assorbito dalla repressione di una rivolta dei grandi feudatari della Sassonia.
Nel frattempo saliva sul trono pontificio, con il nome di Gregorio Settimo (1073-1085), l'uomo di punta dello schieramento riformatore, il monaco Ildebrando di Soana, gi da tempo ispiratore della politica papale in qualit di arcidiacono di Santa Romana Chiesa.
Dotato di forte personalit e di una concezione altissima della dignit papale, introdusse un elemento di forte novit nel panorama del movimento di riforma, rivendicando il primato romano, cio la suprema autorit del papa all'interno della Chiesa e nell'ambito della societ cristiana. Nelle sue lettere, infatti, pi che il concetto di libertas Ecclesiae, che costituiva pur sempre la bandiera del movimento riformatore,  la contrapposizione tra "obbedienza" e "disobbedienza" a ricorrere pi di frequente, identificandosi "l'assoluta obbedienza a Dio con quella dovuta a lui in quanto papa, cio successore dell'apostolo Pietro" (U.-R. Blumenthal).
Ne scatur una profonda e violenta spaccatura del movimento riformatore, che port a un rimescolamento generale delle forze in campo. Dalla parte dell'imperatore, infatti, vennero a trovarsi non solo i vescovi ostili alla riforma, ma anche ecclesiastici di notevole levatura morale e non meno di Gregorio Settimo impegnati contro la simonia e il concubinato del clero, quali - per restare in Italia - Dionigi di Piacenza, Guido di Acqui, Guiberto di Ravenna (futuro antipapa Clemente III), ma decisamente contrari alla concezione gregoriana del primato papale. Tanto pi, che gi nel 1075, in un testo noto come Dictatus papae, il pontefice mostrava di ritenere la sua giurisdizione estesa anche all'ambito temporale, attribuendosi la facolt di deporre non solo i vescovi, ma anche l'imperatore. Si affacciava cos l'idea di una monarchia universale incentrata sul pontefice romano, al quale avrebbero dovuto far capo tutti i poteri, sia spirituali sia temporali: una concezione che apparve inaccettabile a un sovrano quale Enrico IV, non meno risoluto ed energico del pontefice. Ne nacque una lunga lotta, passata alla storia come "lotta per le investiture", che i due contendenti combatterono sia con le armi sia attraverso quelle che noi oggi definiremmo "campagne di stampa". Ne furono protagonisti gli scrittori schierati nei due fronti contrapposti, che ricorsero alle accuse pi infamanti, pur di presentare l'avversario come l'incarnazione del male.


14.8
La lotta per le investiture

Le prime mosse del pontefice furono l'emanazione di alcuni decreti nel 1074 e la convocazione di un concilio l'anno dopo. In esso, ribadita la condanna della simonia e del concubinato, si viet ai laici, pena la scomunica, di concedere l'investitura di vescovati e abbazie, e agli arcivescovi, pena la deposizione, di consacrare chiunque fosse stato investito da laici. Enrico IV, appena ebbe domato una rivolta di grandi feudatari tedeschi, i quali lo accusavano di favorire la piccola nobilt e le citt, convoc a Worms nel 1076 un'assemblea (dieta) di nobili ed ecclesiastici. In essa, con il consenso di quasi tutti i vescovi tedeschi e della Lombardia, depose e fece scomunicare il pontefice. Per tutta risposta Gregorio Settimo non solo scomunic a sua volta i vescovi presenti alla dieta, ma depose e scomunic anche l'imperatore, sciogliendo i sudditi dal dovere di fedelt. Mai era accaduto qualcosa del genere, e l'impressione fu enorme in tutto l'impero.
Enrico non tard a rendersi conto di quanto la situazione fosse diventata pericolosa per lui, dato che il provvedimento papale veniva a dare legittimit all'opposizione dell'aristocrazia tedesca, che infatti riesplose subito pi forte di prima. I rivoltosi gli imposero di sottoporsi al giudizio del papa, convocando per il gennaio del 1077 un'apposita dieta ad Augusta. Gregorio si mise effettivamente in marcia, per raggiungere la citt tedesca e si ferm nel castello di Canossa (ne avanzano ancora i ruderi nel territorio di Ciano d'Enza, in provincia di Reggio Emilia), ospite della contessa Matilde, sua fedele alleata, in attesa dell'arrivo della scorta promessagli dai principi tedeschi; senza di essa, infatti, non ardiva attraversare la Lombardia a causa dell'ostilit dell'episcopato lombardo. Ma qui avvenne un colpo di scena. Enrico, ritenendo troppo umiliante per lui il giudizio papale in una pubblica assemblea, lasci segretamente la Germania e si present a Canossa per implorare l'assoluzione dalla scomunica. Il papa all'inizio rifiut di riceverlo, ma dopo che l'imperatore ebbe atteso tre giorni a piedi nudi in mezzo alla neve e in abito da penitente, cedette alle insistenze della stessa Matilde e dell'abate Ugo di Cluny, e gli concesse il suo perdono.
La decisione del pontefice permise a Enrico di riprendere l'iniziativa, ma i principi tedeschi non desistettero, tuttavia, dalla lotta e in una dieta a Forchheim (13 marzo 1077) dessero un nuovo re nella persona di Rodolfo di Svevia, che per non riusc a imporsi.
L'imperatore, anzi, una volta spezzato il fronte dei suoi oppositori, si volse contro il papa, che nel 1080 gli rinnov la scomunica. In quello stesso anno Enrico Quarto convoc ben due concili: il primo a Magonza, dove fece di nuovo deporre Gregorio VII, e il secondo a Bressanone, dove fece eleggere papa il gi menzionato arcivescovo Guiberto di Ravenna, che prese il nome di Clemente Terzo (1080-1100). Quindi, approfittando del fatto che il duca di Puglia e Calabria, Roberto il Guiscardo, alleato del papa, era impegnato nei Balcani, scese in Italia attraverso la Val d'Adige, dirigendosi verso Roma, dove giunse il 21 maggio del 1081, dopo aver sbaragliato le truppe della contessa Matilde. Dopo un lungo assedio la citt fu presa nel marzo del 1084, mentre Gregorio si asserragliava in Castel Sant'Angelo. Qualche giorno dopo Enrico fece consacrare Clemente III, dal quale fu incoronato imperatore, per poi tornarsene in Germania alla notizia dell'imminente arrivo del Guiscardo. I Romani, gi provati dall'assedio e dagli assalti dei Tedeschi, dovettero subire anche un orrendo saccheggio da parte dei Normanni, mentre il pontefice, stanco e amareggiato, seguiva i suoi rudi liberatori a Salerno, dove mor il 25 maggio del 1085.
Apparentemente egli usciva sconfitto dalla lotta con l'impero e i suoi successori, come vedremo tra poco, dovettero rivedere profondamente la sua politica ecclesiastica, ma dopo di lui niente fu pi come prima. L'impero, messosi in contrasto con la Chiesa, era destinato a perdere la sua funzione religiosa e a cercare una nuova legittimit sul piano giuridico. Ma, pi in generale, "clero e laicato - ha scritto Ovidio Capitani - avrebbero cominciato ad acquistare una coscienza delle loro differenze assai maggiore di quella che, per secoli, avevano potuto avere".


14.9
Urbano Secondo e la ripresa dell'iniziativa papale

Dopo il breve e contrastato pontificato di Desiderio, abate di Montecassino, che prese il nome di Vittore III, sal sul trono pontificio il monaco cluniacense Urbano Secondo (1088-1099), il quale, pur essendo stato un fervido sostenitore di Gregorio VII, si differenziava da lui non solo per temperamento, ma anche per il diverso ruolo che attribuiva alle varie componenti del mondo ecclesiastico. Mentre, infatti, il suo grande predecessore si era appoggiato soprattutto sui monasteri, ai quali aveva concesso numerosi privilegi di esenzione, il nuovo pontefice, pur essendo un monaco, cerc un collegamento pi stretto con l'episcopato. Mir, pertanto, a rafforzarne l'autorit all'interno delle diocesi, frenando il fenomeno delle esenzioni monastiche e promuovendo la fondazione di canoniche regolari, che avrebbero dovuto aiutare i vescovi nell'esercizio della cura delle anime.
L'orientamento "episcopalista" di Urbano Secondo non tard a dare i suoi frutti. Numerosi vescovi della Germania e della Lombardia, da sempre schierati dalla parte dell'imperatore, riconobbero l'autorit del papa di Roma e abbandonarono l'antipapa Clemente III, il quale, pur essendo ancora padrone di Roma, era in crescente difficolt a causa dell'isolamento di Enrico IV, contestato dagli stessi figli. Tra i nuovi aderenti alla riforma romana c'era anche l'arcivescovo di Milano, la cui "conversione" apparve poco credibile a non pochi patarini, che continuarono nella loro contestazione, finendo con l'essere considerati eretici.
Ormai l'iniziativa era tutta nelle mani del pontefice, in perenne movimento attraverso l'Italia e la Francia, dove teneva concili e richiamava le autorit politiche al rispetto delle leggi della Chiesa. Particolarmente attivo fu in Italia meridionale, dove bisognava fronteggiare l'aggressivit dei signori normanni e l'influenza della Chiesa greca. Significativo  l'episodio di cui fu protagonista nell'agosto del 1092 il duca Ruggiero Borsa, accusato dall'arcivescovo di Salerno, Alfano II, di aver effettuato l'investitura di una chiesa.
Al duca, che tentava di giustificarsi, dicendo di essersi semplicemente uniformato alla consuetudine dei principi longobardi, suoi predecessori, Urbano Secondo rispose in maniera decisa che si trattava di una cattiva consuetudine (mala et iniusta consuetudo) e che comunque tutti i concili degli ultimi anni avevano ribadito che nessun laico poteva procedere all'investitura di chiese o tenerle in suo potere (nullus laicus debet ecclesias ordinare vel sub sua potestate habere).
Nel novembre del 1093, lasciata dopo una lunga permanenza l'Italia meridionale, il papa pot finalmente rientrare a Roma, dove per non si ferm a lungo, perch gi nell'autunno dell'anno dopo era in giro per l'Italia centro-settentrionale, allo scopo di incitare i suoi aderenti allo sforzo finale contro il partito filoimperiale. Nel marzo e nel novembre del 1095 tenne due concili, uno a Piacenza, l'altro a Clermont-Ferrand (in Alvernia, nella Francia sud-orientale), in occasione dei quali pot verificare l'ampio consenso di cui ormai godeva il suo pontificato. A Piacenza ricevette anche degli ambasciatori greci, con i quali tratt il problema della riunificazione delle due Chiese. Secondo la tradizione ebbe da loro anche una richiesta di aiuto contro i Turchi, ma non ci sono testimonianze sicure al riguardo.
Certo  che nel successivo concilio di Clermont-Ferrand Urbano II, dopo aver deplorato le lotte fratricide tra i cristiani, esort chi vi era stato coinvolto a intraprendere un pellegrinaggio in Terrasanta come mezzo di purificazione dei peccati e come occasione per recare aiuto alla Chiesa orientale, minacciata dagli infedeli. Si tratt di un vero e proprio appello alla crociata? La questione sar trattata in maniera approfondita nel cap. 17. Qui  sufficiente sottolineare la vastit della risonanza che ebbero le parole del papa sia tra il popolo sia all'interno dell'aristocrazia: risonanza, che era un'ulteriore prova del successo della politica papale e che contribu a rendere ancora pi grave l'isolamento di Enrico Quarto e Clemente III.


14.10
Pasquale Secondo e l'utopia di una Chiesa povera

Successore di Urbano Secondo fu un altro monaco, Pasquale Secondo (1099-1118), con il quale il papato sembr ritornare sotto il controllo del partito rigorista di ispirazione gregoriana.
Nel Concilio del Laterano del 1102 fu rinnovato il decreto contro le investiture di chiese e monasteri fatte dai laici, mentre nell'entourage pontificio cominciava a farsi strada una proposta rivoluzionaria: vescovi e abati avrebbero rinunciato ai beni e ai poteri ricevuti dallo Stato, eliminando con ci stesso il presupposto dell'intervento del potere politico nella loro nomina (intervento che era giustificato proprio dal fatto che vescovi e abati erano anche titolari di beni e poteri di natura pubblica). Era una proposta che, nella sua disarmante semplicit, costituiva il naturale punto di arrivo del movimento riformatore e la risposta pi aderente a quel desiderio di rinnovamento profondo della Chiesa, di cui, per allora, si facevano propugnatori soprattutto i patarini, che ormai, come si  detto, si tendeva a classificare come eretici.
Questa soluzione sembr a un certo punto trovare il consenso sia di Pasquale Secondo sia dello stesso nuovo imperatore Enrico V, i quali nel febbraio del 1111 raggiunsero a Sutri, presso Viterbo, un accordo in tal senso, che per suscit una forte opposizione sia nel seguito imperiale sia negli ambienti ecclesiastici. Potere politico e potere religioso erano da tempo cos intrecciati tra di loro, che i pi non riuscivano a concepire n uno Stato privo del sostegno diretto di vescovi e abati n una Chiesa priva di beni fondiari e di poteri di comando sugli uomini. Nel giro di pochi giorni tutto ritorn al punto di prima. Un concilio sconfess Pasquale II, mentre la parola ritornava alle armi. Il pontefice, ormai in balia dell'imperatore, fu costretto non solo a incoronarlo, ma a concedergli addirittura la facolt di investire i vescovi con i simboli del potere spirituale, vale a dire con anello e pastorale.
Era l'aprile del 1111. L'anno dopo un nuovo concilio nel Laterano annull la concessione estorta con la forza al papa e nel 1116 Enrico Quinto veniva scomunicato.


14.11
Alla ricerca di un compromesso. Il concordato di Worms

Tra scomuniche e colpi di scena continuava intanto un dibattito in corso da quasi un secolo: dibattito sempre pi influenzato dal clima di stanchezza, che si andava diffondendo nella Cristianit occidentale. Ne usc rafforzata la posizione di coloro che confidavano nella possibilit di raggiungere un compromesso: dando per scontato che vescovi e abati di grandi monasteri dovessero continuare a svolgere funzioni spirituali e politiche insieme, un accordo sarebbe stato possibile sulla base della netta divisione tra i due ambiti, per cui l'autorit ecclesiastica avrebbe conferito mediante anello e pastorale le prerogative di carattere spirituale, mentre l'autorit politica (imperatore, re, principi territoriali) avrebbe mantenuto l'investitura delle sole funzioni temporali, ma utilizzando simboli propri del potere politico, quale lo scettro.
Su questa ipotesi, gi sperimentata nei concordati stipulati con Francia, Inghilterra e regni iberici fin dal 1107, si discusse a lungo anche negli ambienti filoimperiali, e finalmente, con il nuovo pontefice Callisto Secondo (1119-1124), fu possibile, il 23 settembre del 1122, passare alla stipula del famoso concordato di Worms. Si tratt nella sostanza di un compromesso, che per formalmente rappresentava un successo per la Chiesa, perch era affermato con chiarezza il principio della non ingerenza del potere politico nell'elezione di vescovi e grandi abati, che sarebbe dovuta avvenire sulla base delle norme canoniche, cio delle leggi della Chiesa: gli abati sarebbero stati eletti dalla comunit dei monaci e i vescovi dal clero e dal popolo della diocesi (ma in effetti dai canonici del capitolo cattedrale, ai quali si sostituir, come vedremo tra poco, il papa stesso). L'intervento dell'imperatore sarebbe stato possibile in un secondo momento e per la sola concessione, previo giuramento di fedelt, dell'investitura dei poteri temporali. Risultato di un compromesso fu anche l'accordo relativo alle procedure sia dell'elezione sia dell'investitura. In Germania l'imperatore o un suo rappresentante poteva assistere all'elezione e intervenire in caso di dissenso tra gli elettori; inoltre poteva procedere subito dopo all'investitura, senza neanche attendere la consacrazione religiosa da parte dell'arcivescovo. Negli altri due regni che facevano parte dell'impero, vale a dire l'Italia e la Borgogna, l'investitura sarebbe stata concessa, invece, entro sei mesi dalla consacrazione.
Come si vede, all'autorit politica restavano pur sempre ampi margini di manovra.
In Germania, soprattutto, si pu intuire come la presenza dell'imperatore o di un suo rappresentante al momento dell'elezione fosse tutt'altro che ininfluente sulla scelta del candidato.
Inoltre l'imperatore aveva il diritto di negare l'investitura all'eletto, se non fosse stato di suo gradimento; e il suo rifiuto si configurava oggettivamente come un veto, per cui gli elettori finivano inevitabilmente con l'orientarsi verso un candidato notoriamente gradito al potere imperiale. Ma, a prescindere da queste forme di autocondizionamento, non era difficile a sovrani e principi autorevoli influenzare corpi elettorali, formati pur sempre da esponenti di famiglie in un modo o nell'altro legate al potere politico.
Tutto questo doveva essere, ovviamente, ben presente ai negoziatori imperiali e papali, i quali, avendo l'obiettivo di chiudere in maniera accettabile per entrambe le parti una contesa protrattasi troppo a lungo, giocarono consapevolmente all'equivoco. Tra l'altro, i diritti riconosciuti dal papato all'imperatore si presentavano formalmente come una concessione personale a Enrico Quinto e non come prerogative definitive dell'autorit imperiale; il che mostrava la volont della Chiesa di mantenersi margini di manovra per l'avvenire. E infatti la storia dei secoli successivi avrebbe dimostrato che le elezioni vescovili erano una questione troppo complessa, perch si potesse pensare di chiuderla una volta per sempre e in maniera chiara.


14.12
L'evoluzione del papato in senso monarchico

Nonostante l'opposizione di alcuni vescovi rigoristi, il concordato di Worrns fu ratificato dal Concilio lateranense del 1123. L'assemblea, alla quale parteciparono circa trecento vescovi e abati di tutto l'Occidente, fu considerata un concilio ecumenico (universale), il primo che si svolgesse in Occidente, a pi di due secoli e mezzo dall'ultimo concilio ecumenico, svoltosi a Costantinopoli nell'869-870. Esso segn l'avvio di un processo, che port in tempi rapidissimi alla collocazione del papato al vertice della societ cristiana e alla piena realizzazione del primato papale, teorizzato da Gregorio VII. Mentre, infatti, il potere politico sia in Germania sia nel resto dell'Europa non fu in grado di superare in maniera rapida e decisiva lo stato di disgregazione prodottosi nel corso dell'Alto Medioevo, la Chiesa di Roma, una volta risolta la contesa con l'impero, seppe avviare una grandiosa opera di consolidamento in tutti i campi.
Innanzitutto il Concilio del Laterano ribad solennemente la condanna della simonia e del concubinato, oltre che la totale esclusione dei laici da ogni ingerenza nel funzionamento degli organismi ecclesiastici. Subito dopo il papato si dot degli strumenti per poter intervenire in maniera diretta nella vita delle Chiese locali, nell'ambito delle quali i vescovi vennero perdendo progressivamente potere, dato che per un numero crescente di questioni la competenza veniva riservata alla curia romana. La stessa elezione dei vescovi, che il secondo Concilio ecumenico lateranense del 1139 riserv ai capitoli cattedrali, fu in seguito sempre pi di frequente decisa a Roma. All'inizio gli interventi papali furono provocati dai contrasti all'interno dei capitoli e dal conseguente appello al papa da parte dei contendenti, ma ben presto non ci fu neanche bisogno di appigli del genere, per cui i candidati a un seggio episcopale cercavano soprattutto di trovare appoggi nella curia pontificia.
Tutto questo comport un notevole potenziamento dell'apparato burocratico, soprattutto degli uffici di cancelleria e di quelli finanziari (camera). I primi dovettero far fronte a una impressionante produzione di documenti e di lettere, che permettevano ai pontefici di mantenere i contatti non soltanto con vescovi, abati, chierici, ma anche con le autorit politiche. D'altra parte i ricorsi a Roma comportavano anche il pagamento di tasse varie, che con il passare del tempo diventeranno una voce consistente del bilancio pontificio, ma alimenteranno anche la venalit degli addetti agli uffici. Nel corso del Dodicesimo secolo le principali entrate erano, per, ancora: le rendite tratte dall'immenso patrimonio fondiario laziale, il censo pagato dagli Stati vassalli della Santa Sede (Sicilia, Aragona, Portogallo), l'"obolo di san Pietro", versato dai regni i cui sovrani avevano ottenuto la corona dal pontefice (Polonia, Ungheria), il censo pagato dai monasteri direttamente dipendenti da Roma (Cluny, Camaldoli, Montecassino, Cava, Montevergine e tanti altri), le offerte erogate dai vescovi in occasione della visita, detta ad limino apostolorum (alla dimora degli apostoli), che periodicamente erano tenuti a fare al papa. Di tutte queste entrate, indispensabili per il funzionamento della curia romana e per gli interventi dei pontefici in tutti i settori della societ cristiana, fu fatto per la prima volta un elenco ufficiale nel 1192, noto come Liber censuum; ne fu autore il responsabile dell'amministrazione finanziaria, il camerlengo Cencio.




APPROFONDIMENTI

Graziano e la nascita del diritto canonico

L'organizzazione centralizzata della curia romana e la capacit di intervento del papato nell'ambito dell'ordinamento ecclesiastico furono rese possibili anche dall'apporto della cultura giuridica, nel Dodicesimo secolo in piena fioritura soprattutto a Bologna (ne riparleremo nel prossimo capitolo). Il consolidamento della Chiesa come istituzione richiedeva, infatti, un'urgente sistemazione di quella grande congerie di norme (dette canoni), varate dai concili e dai pontefici, che si erano accumulate nel corso di un millennio, spesso in contraddizione tra di loro. Ora l'impresa era resa possibile dai progressi che si venivano realizzando nell'ambito dello studio del diritto romano e dalla diffusione, in tutti i campi del sapere, del metodo critico, gi sperimentato, come si  visto, nell'ambito della riflessione teologica.
Vi si accinse verso il 1140 Graziano, un monaco camaldolese nato a Chiusi e formatosi alla scuola del grande giurista bolognese Irnerio. Egli selezion circa 4.000 brani (testi del Vecchio e Nuovo Testamento, testi di Padri della Chiesa, canoni di concili, decretali pontificie, frammenti di diritto romano) sia da manoscritti sparsi sia da precedenti raccolte, tentando di coordinarli tra di loro e di inserirli in una trattazione sistematica. Il coordinamento fu operato sulla base di varii criteri. Innanzitutto, attraverso alcune operazioni logiche, Graziano mostr che talune contraddizioni erano solo apparenti, ma non sostanziali (ratione significationis). In caso di reale contraddizione, applic i principi, in base ai quali la norma successiva abroga quella precedente (ratione temporis), la legge propria di un luogo costituisce una deroga rispetto a quella di carattere generale (ratione loci), ogni legge prevede delle eccezioni (ratione dispensationis). L'opera, intitolata Concordia discordantium canonum (ma pi comunemente indicata in seguito col nome di Decretum), ebbe un successo enorme, anche se non ebbe mai carattere ufficiale. Essa segn la nascita del diritto canonico come ambito autonomo rispetto alla teologia e fu il punto di partenza per elaborazioni successive, che avvennero sotto il diretto controllo del papato e ad opera di pontefici dotati essi stessi di profonda cultura giuridica. Nell'arco di poco pi di un secolo fu possibile cos elaborare un corpo organico di leggi ecclesiastiche, il Corpus iuris canonici, che si affianc al Corpus iuris civilis di Giustiniano.
Strumento importantissimo per il governo pontificio fu anche l'istituto della legazione.
All'inizio si tratt di rappresentanti (legati) inviati temporaneamente presso sovrani o enti ecclesiastici per trattare questioni particolari; in seguito ad essi se ne aggiunsero di permanenti, che erano per lo pi gli stessi arcivescovi locali. I poteri dei legati, sia di quelli occasionali sia di quelli permanenti, erano assai ampi, essendo essi rappresentanti del papa a tutti gli effetti: potevano decidere in merito a controversie (tra vescovi e monasteri, vescovi e capitoli, ecc.), consacrare e deporre vescovi, presiedere concili provinciali.
Particolarmente estese erano le loro competenze in quegli Stati sui quali la Santa Sede vantava diritti di sovranit, come ad esempio il Regno di Sicilia, nel quale in certi momenti i legati papali assumeranno tutti i poteri, configurandosi come veri e propri governatori.
Per le missioni pi importanti i compiti di legato venivano svolti dai cardinali, i quali formavano il ristretto collegio dei consiglieri e dei pi diretti collaboratori del papa: una ventina nel corso del Dodicesimo secolo, provenienti per lo pi dall'aristocrazia di Roma e del Lazio. Grazie a loro il papato riusc ad attuare nel corso del secolo Dodicesimo una forma assai avanzata di centralismo monarchico, che poi gli Stati europei finiranno con il prendere a modello. N si tratt solo di questo. Ben presto, in conformit con le teorie gregoriane, la Santa Sede riusc, infatti, a diventare il punto di riferimento di tutta la politica europea, assumendo - temporaneamente o in maniera definitiva - la sovranit diretta di alcuni Stati e influendo fortemente sulla vita degli altri. I suoi interventi erano ovviamente sempre finalizzati alla difesa e alla promozione della fede, ma queste erano intese in maniera assai ampia, per cui diventavano sempre pi numerose le questioni in cui il papa si sentiva legittimato a far sentire la sua voce. Ne scatur, tra Dodicesimo e Tredicesimo secolo, una piena supremazia papale non solo in ambito ecclesiastico, ma anche sul piano pi strettamente politico: una supremazia, alla quale gli storici moderni danno il nome di ierocrazia, termine di origine greca che indica la supremazia del potere sacerdotale su quello secolare.
Sviluppi di questo genere, prima ancora di suscitare, come vedremo, aspri conflitti con l'impero germanico e con varii regni europei, non mancarono di provocare sconcerto e contestazioni all'interno della comunit cristiana, che resero assai animato il quadro della vita religiosa tra Dodicesimo e Tredicesimo secolo. Tra gli altri, Bernardo di Chiaravalle, come si  detto, personaggio di primissimo piano nella vita della Chiesa nella prima met del Dodicesimo secolo, espresse il timore che il papa diventasse il successore dell'imperatore Costantino piuttosto che dell'apostolo Pietro.


Il dibattito
storiografico

Gregorio Settimo e la riforma gregoriana


L'argomento, almeno dalla seconda met dell'Ottocento oggetto costante di indagine e di discussione soprattutto in Germania e in Italia, ha conosciuto un rinnovato interesse nell'immediato secondo dopoguerra per impulso anche degli Studi Gregoriani, una raccolta in undici volumi di saggi promossi e coordinati da Giovanni Battista Borine tra il 1947 e il 1960, che ha portato a un notevole ampliamento della problematica affrontata in precedenza. La carica innovativa di quella miscellanea di studi  stata sottolineata in una famosa rassegna dal titolo Esiste un'"et gregoriana"?, pubblicata nel 1965 nella "Rivista di storia e letteratura religiosa" da Ovidio Capitani, uno dei maggiori studiosi contemporanei della problematica che qui ci interessa, alla quale hanno dedicato in Italia lavori assai innovativi anche Giovanni Miccoli, Cinzia Violante, Giovanni Tabacco, Michele Maccarrone. A loro e a pi giovani studiosi formatisi alla loro scuola s devono acquisizioni importanti della storiografia pi recente, di cui si sottolineano solo alcuni punti, non essendo possibile dar conto di un dibattito storiografico assai ricco e complesso.
Innanzitutto  stato precisato il senso della categoria storiografica di "riforma gregoriana", tradizionalmente usata per indicare il complesso di fenomeni che caratterizzano la vita religiosa tra il primo quarto dell'XI secolo e il primo trentennio del XII, e che invece  stata ristretta al solo periodo del pontificato di Gregorio VII, i cui programmi di riforma non coincidevano affatto con quelli degli altri esponenti del movimento riformatore.
Oggetto di riconsiderazione  stata, nello stesso tempo, anche l'idea di una riforma nata da un progetto organico del pontefice, per cui oggi si mette l'accento piuttosto sulla concomitanza di eventi e fattori diversi che portarono agli esiti, non previsti, della rottura con l'impero e dell'elaborazione ideologica del primato romano. Cos, ad esempio, il problema delle investiture dei vescovi con anello e pastorale da parte dei prncipi e degli imperatori germanici, ritenuto abitualmente la causa del conflitto con Enrico IV,  stato ridimensionato da Rudolf Schieffer e Ute Renate Blumenthal, i quali hanno sottolineato che si trattava di un diritto da tempo riconosciuto dalla Chiesa, per cui  da escludere che la sua abolizione facesse parte fin dall'inizio del programma di riforma del pontefice.
Soprattutto la pi recente storiografia italiana si  caratterizzata negli ultimi decenni per lo sforzo di uscire dall'ambito del conflitto regnum-sacerdotium, per recuperare, attraverso anche un confronto con la produzione storico-teologica di Yves Congar e con quella canonistica di Horst Fuhrmann e dei suoi allievi, sia i caratteri ecclesiologici e giuridico-stituzionali sia gli aspetti pi propriamente spirituali e il "significato profondo" dei vari pontificati che si succedettero da Leone Nono a Callisto II. Per Gregorio Settimo lo ha fatto soprattutto Giuseppe Fornasari, che, partendo da intuizioni di Werner Goez, ha perseguito e persegue tuttora l'obiettivo di coglierne, soprattutto attraverso le lettere, la personalit complessiva, e finanche gli aspetti pi "intimi" e "privati".

Di O. Capitani  da vedere: Tradizione ed interpretazione. Dialettiche del secolo XI, Roma, Jouvence, 1990. L'opera di R. Schieffer a cui si  fatto riferimento  Die Entstehung des ppstlichen Investiturverbots fr den deutschen Knig, Stuttgart, Hiersemann, 1981, per la quale si veda la recensione di Friedrick Kempf nell'"Archivum Historiae Pontificiae" del 1982. Per gli altri autori citati si  fatto riferimento, nell'ordine, alle seguenti opere: U.-R. Blumenthal, La lotta per le investiture, Napoli, Liguori, 1990, con presentazione di G. Vitolo e una lunga appendice bibliografica relativa all'Italia a cura di M. Villani; G. Miccoli, Chiesa gregoriana. Ricerche sulla riforma del secolo XI, Firenze, La Nuova Italia, 1966; C. Violante, Studi sulla cristianit medievale. Societ, istituzioni, spiritualit, Milano, Vita e Pensiero, 1972; G. Tabacco, Spiritualit e cultura nel Medioevo. Dodici percorsi nel territorio del potere e della fede, Napoli, Liguori, 1992; M. Maccarrone, Romana Ecclesia cathedra Retri, Roma, Herder, 1991; M.C. De Matteis, Tematica della povert e problema delle "Res ecclesiae": notazioni ed esemplificazione campione su alcune collezioni canoniche del perodo della riforma ecclesiastica del sec. XI, in "Bullettino dell'Istituto storico italiano per il Medio Evo", 90 (1982-1983), pp. 177-226; G. Fornasari, Medioevo riformato del secolo XI. Pier Damiani e Gregorio VII, Napoli, Liguori, 1996; Y. Congar, L'ecclesiologie du haut Moyen-Age, Paris, Les Editions du Cerf, 1968; H. Fuhrmann, Das Reformpapsttum und die Rechtswissenschaft, Sigmaringen, Thorbecke, 1973.


Bibliografia
Per Cluny: G.M. Cantarella, I monaci di Cluny, Torino, Einaudi, 1993. Per il movimento canonicale e i nuovi ordini religiosi: C. D. Fonseca, Medioevo canonicale, Milano, Vita e Pensiero, 1970; AA. W, Istituzioni monastiche e istituzioni canonicali in Occidente (1123-1215), Milano, Vita e Pensiero, 1977; G. Penco, Cteaux e il monachesimo del suo tempo, Milano, Jaca Book, 1994. Per Matilde di Canossa: P. Golinelli, Matilde e i Canossa nel cuore del Medioevo, Firenze, Camunia, 1996. Per Pasquale II: G.M. Cantarella, Pasquale Secondo e il suo tempo, Napoli, Liguori, 1997. Per l'evoluzione del papato in senso monarchico: A. Paravicini Bagliani, Il trono di Pietro.
L'universalit del papato da Alessandro Terzo a Bonifacio VIII, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1996. Per un quadro generale della vita religiosa dei secoli XI-XII: Storia dell'Italia religiosa, a cura di G. de Rosa, T. Gregory, A. Vauchez, vol. I, L'Antichit e il Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1993. Per l'Italia meridionale in particolare: G. Vitolo, Vescovi e diocesi, in Storia del Mezzogiorno, dir. da G. Galasso e R. Romeo, vol. III, Napoli, Edizioni del Sole, 1990, pp. 75-151.


Rinascita culturale
e nuove esperienze religiose



15.1
Una rinascita improvvisa?

Si  gi parlato di rinascita a proposito dell'et carolingia e di quella ottoniana, e se ne parler ancora - ma come rinascimento - per i secoli a cavallo tra Medioevo ed et moderna. Che senso ha parlarne allora anche per i secoli centrali del Medioevo? Vuol dire che queste ricorrenti rinascite sono state effimere, per cui a distanza di tempo si  dovuto rifare il cammino gi fatto o si  trattato piuttosto della ripresa di un cammino interrotto? E ancora: queste rinascite sono tutte dello stesso tipo o  possibile distinguerle l'una dall'altra per caratteristiche proprie e inconfondibili? Hanno segnato una frattura rispetto al passato o sono avvenute con moto lento e continuo? La rinascita carolingia, nata all'inizio, come si  visto, dal proposito di Carlo Magno di elevare il livello di istruzione del clero franco, svolse soprattutto un ruolo di recupero del patrimonio letterario classico e della lingua latina. Con la crisi della dinastia carolingia il suo centro non fu pi costituito dalla corte imperiale, ma dalle abbazie di Tours, Fulda, Reichenau, S. Gallo, Lorsch, Fleury, Gorbie, e dalle grandi cattedrali di Metz, Cambrai, Reims, Auxerre, Chartres.

Presso di esse continuarono lo studio e l'insegnamento, ma in mezzo a difficolt crescenti, provocate dalla dissoluzione dell'ordinamento pubblico e dalle devastazioni di Ungari, Saraceni e Normanni.
Durante il Decimo secolo fu la Germania a continuare idealmente la tradizione carolingia grazie agli imperatori della casa di Sassonia e soprattutto a Ottone I, che port con s dall'Italia grammatici e teologi. La corte imperiale non divent, per, un vero e proprio centro di cultura e gli stessi monasteri tedeschi non raggiunsero mai una grande vitalit culturale, per cui gi nell'XI secolo erano aperti all'influenza francese attraverso Cluny e Citeaux, mentre non pochi esponenti del clero si recavano a studiare nelle scuole della Francia settentrionale.
Intanto una sempre pi vivace attivit culturale era in atto verso la met dell'XI secolo in Italia meridionale, da sempre in contatto diretto con il mondo greco e con quello arabo. E l'et in cui operarono complesse figure di studiosi, quali Alfano, monaco di Montecassino e poi arcivescovo di Salerno (1058-1085), e Costantino l'Africano (1015-1087), il quale giunse a Salerno da Cartagine e fin i suoi giorni a Montecassino. Il primo fu scienziato e uomo di lettere; l'altro ebbe soprattutto interessi scientifico-filosofici e forn alla cultura cassinese-salernitana una gran quantit di testi di autori arabi, greci ed ebrei.
In verit l'Occidente era gi entrato in contatto con la cultura araba per un altro tramite, attraverso i viaggi che sul finire del Decimo secolo aveva compiuto in Spagna Gerberto di Aurillac (futuro papa Silvestro II): contatto, al quale  da riportare assai probabilmente l'inizio dello studio della medicina nelle scuole di Chartres, Reims e Montpellier. Non pu, tuttavia, mettersi in dubbio che sia stata l'Italia meridionale, e Salerno in particolare, il terreno privilegiato della trasmissione in Occidente della cultura greca e araba. E a Salerno che ci si recava, infatti, non solo per la fama delle sue scuole mediche, ma anche per procurarsi testi di filosofia e soprattutto di Aristotele.
Nell'Italia settentrionale era in atto in quello stesso periodo la rinascita del diritto romano, studiato in maniera sistematica sulla base dell'intero Corpus iuris civilis di Giustiniano. Alla fine dell'XI secolo Bologna era gi il maggiore centro europeo di studi giuridici. La prima figura nota di maestro fu Pepo (o Pepone), ma il pi famoso fu Irnerio, attivo fin verso il 1130. Una grandissima risonanza ebbero anche l'opera del grammatico lombardo Papia e i testi di musica di Guido d'Arezzo, rinnovatore della tradizione musicale, ma fu soprattutto nell'ambito del diritto e della medicina che l'Italia dell'XI secolo diede il suo maggiore apporto alla cultura europea.
Il paese nel quale l'attivit culturale appariva nell'XI secolo in piena ripresa in tutti i campi era invece la Francia. Qui fioriva infatti lo studio non solo delle arti liberali, divise tra arti del trivio (grammatica, retorica e dialettica) e del quadrivio (aritmetica, geometria, musica e astronomia), ma anche della filosofia e della teologia, e assai diffusa era la pratica della poesia sia in latino sia in volgare. Abbiamo menzionato pi volte Gerberto di Aurillac. Prima del 980 egli gi insegnava logica, retorica, aritmetica, geometria e astronomia nella scuola della cattedrale di Reims, dove ebbe tra i suoi discepoli Abbone di Fleury e Fulberto di Chartres, uomini di vasti interessi culturali.
Uno dei pi brillanti allievi di Fulberto fu Berengario di Tours, il quale per circa quarant'anni, fino alla sua morte nel 1088, fu impegnato in un'aspra controversia con Lanfranco di Bec e con altri teologi sul problema della presenza reale di Cristo nell'eucarestia.
Egli si fondava nelle sue riflessioni - e quindi anche nell'insegnamento - non pi sull'autorit, ma sulla dialettica, cio sull'argomentazione logica, per cui le idee si sviluppavano l'una dall'altra con procedimento razionale: " segno di coraggio - affermava ricorrere alla dialettica in tutte le cose, giacch ricorrere alla dialettica  ricorrere alla ragione, e chi non si avvale della ragione si spoglia della sua dignit maggiore, giacch in virt della ragione egli fu creato a immagine di Dio".



15.2
I centri della rinascita culturale

Se nell'XI secolo l'Europa occidentale, ma soprattutto la Francia e l'Italia, apparivano in piena ripresa culturale, fu nel secolo seguente che il fenomeno ebbe una forte accelerazione, per cui giustamente si parla di "rinascita del secolo XII". Dopo quanto abbiamo detto finora si comprende, tuttavia, che non si tratt di un evento improvviso, ma dell'intensificazione di un movimento gi avviato da tempo.
Fino a tutto l'XI secolo i grandi monasteri avevano ancora svolto un ruolo culturale di grande rilievo. Il pensiero va innanzitutto a Montecassino, dove in quel periodo si trascrissero opere di autori classici, che altrimenti non sarebbero giunte fino a noi. Centro famoso di studio fu allora anche il monastero di Bec in Normandia, la cui scuola fu resa famosa dal suo abate, il gi citato Lanfranco, e dal suo successore Anselmo. Ma nel secolo seguente entrambe queste abbazie non furono in grado di esprimere grandi personalit di scrittori, mentre la stessa Cluny, dopo la morte del suo abate Pietro il Venerabile nel 1156, entr in un periodo di decadenza sia sul piano culturale sia su quello della vita monastica.
A met del Dodicesimo secolo erano invece in piena fioritura, come sappiamo, gli ordini religiosi di nuova fondazione, cistercensi, certosini, camaldolesi. Essi, per, contribuirono solo in piccola misura al progresso della cultura, perch il loro obiettivo era l'ascesi spirituale e non l'attivit intellettuale. San Bernardo, il grande capo spirituale dei cistercensi, che diede un contributo decisivo allo sviluppo dell'ordine, promuovendone la diffusione in tutta l'Europa, fu un mistico, non un uomo di studio.
Fervidi centri di vita intellettuale furono piuttosto nel Dodicesimo secolo le cattedrali, le quali, rispetto ai monasteri, per lo pi isolati nelle campagne, avevano il vantaggio di essere pienamente inserite nelle citt, allora, come sappiamo, in piena crescita economica e sociale. Il fenomeno fu particolarmente evidente nella Francia settentrionale, dove le scuole cattedrali di Orlans, Chartres, Reims, Laon e soprattutto Parigi divennero polo di attrazione per studenti provenienti dalla Germania, dall'Inghilterra, dall'Italia. Ad esse si possono paragonare solo Canterbury in Inghilterra e Toledo in Spagna, quest'ultima naturale punto di incontro tra la cultura cristiana e quella musulmana.
Le scuole cattedrali, il cui prestigio era legato alla presenza di grandi maestri e quindi poteva crescere o diminuire in conseguenza dei loro frequenti spostamenti, erano sotto il controllo dei vescovi, i quali rilasciavano agli insegnanti un'apposita licenza (licentia docend). Mancava per un vero e proprio programma di studio n tanto meno erano previsti esami finali, con relativo conferimento di titoli riconosciuti al di fuori dell'ambito scolastico. Tutto questo avverr, come vedremo tra poco, con le universit, le nuove istituzioni scolastiche del Dodicesimo secolo, che diedero all'istruzione superiore un carattere e una organizzazione completamente nuovi.




APPROFONDIMENTI

Il "CANDIDO MANTO DI CHIESE" E LA NUOVA ARCHITETTURA ROMANICA

Rodolfo il Glabro, monaco di Cluny e uno dei maggiori cronisti del Medioevo (nacque in Borgogna verso il 985 e scrisse un'ampia cronaca degli avvenimenti dal 980 al 1044), cos descrive l'intensa attivit edilizia che port l'Europa a coprirsi di chiese: "Mentre si avvicinava il terzo anno dopo il Mille, in quasi tutto il mondo, ma soprattutto in Italia e in Gallia, le chiese furono rinnovate. Bench la maggior parte di loro, di solida costruzione, non avesse bisogno di essere restaurata, tuttavia i cristiani sembravano rivaleggiare tra loro per edificare chiese che fossero le une pi belle delle altre. Era come se il mondo si fosse scosso e, liberandosi dalla sua vecchiaia, si fosse rivestito di un candido manto di chiese. I fedeli, in effetti, non soltanto abbellirono quasi tutte le cattedrali e le chiese dei monasteri dedicate a diversi santi, ma anche le piccole cappelle situate nei villaggi".
Gran parte di quelle chiese, pur avendo subito numerosi interventi nel corso dei secoli, conservano ancora oggi la loro struttura originaria, a testimonianza di una stagione artistica assai feconda che, a partire dal secolo scorso, viene indicata come arte romanica, in riferimento sia ai suoi collegamenti con l'arte romana sia alla sua diffusione nei paesi di lingua romanza (in realt fu diffusa anche nei paesi germanici). Gli studiosi sono concordi nel giudicarla espressione della grande vitalit religiosa e civile dei secoli XI-XII, ma lo sono meno quando si tratta di individuarne gli elementi caratteristici. Le difficolt nascono dal fatto che essa risulta fortemente segnata dalla storia e dalla geografia, per cui presenta una grande variet di forme da una regione all'altra dell'Italia e dell'Europa.
Eppure si possono individuare alcuni elementi comuni o, quanto meno, assai diffusi: l'orientamento degli edifici in rapporto al corso del sole, in modo da adeguarli all'ordine stabilito da Dio; la regolarit delle strutture, fatte di pietre ben squadrate o di mattoni; l'uso delle volte (a botte nel transetto e a crociera nelle navate), sostenute per lo pi da pilastri, rinforzati da colonne che continuano gli elementi delle volte; la divisione dello spazio in tre navate, di cui quelle laterali dotate di logge, dette matronei; la cripta sotto l'altare maggiore.
In Italia le manifestazioni pi importanti dell'architettura romanica si ebbero in Lombardia (Sant'Ambrogio di Milano, San Michele di Pavia, il battistero di Cremona, San Pietro al Monte nei pressi di Civate, in provincia di Lecco), in Toscana (San Miniato al Monte di Firenze, duomo, battistero e campanile di Pisa, San Martino e San Michele in Foro di Lucca), in Umbria (duomo di Assisi), nel Lazio (Santa Maria Maggiore a Tuscania, San Clemente e Santa Maria in Trastevere a Roma), in Campania (duomo di Caserta vecchia, cattedrale di Sessa Aurunca), in Puglia (basilica di San Nicola di Bari, cattedrali di Ruvo, Troia, Trani), in Sicilia (duomo di Monreale, duomo di Cefal).




15.3
La nascita delle Universit

Il mondo antico aveva gi conosciuto un'istruzione di tipo superiore, soprattutto nel campo del diritto, della retorica e della filosofia, ma non le universit, con la divisione in facolt, piani di studio prefissati ed esami finali di laurea. Ad un'organizzazione del genere non si era giunti neanche nel basso impero, quando erano state istituite scuole pubbliche di diritto con docenti pagati dallo Stato (famose furono quelle di Costantinopoli, Beirut, Alessandria, Atene).
Le universit furono invece una creazione originale del Dodicesimo secolo. Si tratt all'inizio di semplici associazioni di studenti e professori, che si configuravano in maniera non molto diversa dalle corporazioni di arti e mestieri, in cui, come sappiamo, erano riuniti professionisti, mercanti e artigiani. La tutela dei loro associati fu perseguita su due piani.
Innanzitutto si mir a ottenere il riconoscimento dell'autorit civile ed ecclesiastica e la concessione di privilegi di carattere giuridico ed economico, essenziali soprattutto per gli studenti pi poveri (esenzione dalle imposte, prezzi controllati per gli alloggi, tribunali speciali). Non sempre si tratt di conquiste facili, per cui a volte si dovette ricorrere alla minaccia, da parte di studenti e professori, di abbandonare la citt e trasferirsi altrove, con conseguente danno per le attivit economiche legate alla loro presenza (mercato degli alloggi, osterie, ecc.). Nello stesso tempo le universit cercarono di fissare i programmi di studio, i compensi da corrispondere ai professori e le modalit per sostenere gli esami e conseguire la laurea, vale a dire la licenza di insegnamento.
Il termine universit ebbe in origine un significato diverso da quello attuale: indicava, infatti, solo la struttura corporativa, che si occupava di far funzionare il complesso dell'organizzazione didattica, indicata con il termine studium. Questo era suddiviso in quattro facolt, ognuna delle quali era governata dall'assemblea dei maestri: quella delle Arti, dove si insegnavano le arti del trivio e del quadrivio, e le tre facolt superiori di diritto (civile e canonico), medicina e teologia. Quest'ultima, per, non si trovava dappertutto, perch fino alla fine del Trecento i papi cercarono di riservare una sorta di monopolio alla facolt teologica di Parigi.
Dove, come e quando si venne formando un'organizzazione del genere? La prima universit dell'Europa medievale  tradizionalmente considerata la Scuola medica di Salerno, ma le sue origini restano ancora oscure. Se infatti cronisti francesi e tedeschi dei secoli X-XI attestano senza ombra di dubbio la fama di cui godevano i medici di Salerno, non forniscono tuttavia alcuna prova dell'esistenza in quei secoli di una vera e propria universit, con un insegnamento organizzato e con il conferimento di lauree, n si ha notizia di corporazioni di medici o di studenti.  certo soltanto che nel corso del secolo Dodicesimo era gi operante uno stretto collegamento fra medicina e filosofia, di cui sono espressione numerosi trattati, basati non soltanto su conoscenze pratiche, ma anche sullo studio delle opere classiche della medicina greca e araba; ad esse si affiancavano i testi di Aristotele, che proprio a Salerno venivano tradotti in latino dal greco. Trattandosi spesso di opere che gli autori dichiaravano di aver scritte per i loro studenti, sono esse stesse prove dell'esistenza nel Dodicesimo secolo di un insegnamento medico caratterizzato da un regolare curriculum e dallo studio di un gruppo di libri di testo standard. Nulla si sa, tuttavia, del conferimento di lauree prima delle Costituzioni emanate dall'imperatore Federico Secondo a Melfi (Potenza) nel 1231, in base alle quali il candidato, dopo aver superato a Salerno un esame pubblico dinanzi ai maestri della scuola, si sarebbe dovuto presentare all'imperatore o a un suo rappresentante, per avere la licenza: procedura, che pochi anni prima, intorno al 1220, risulta gi in vigore nelle Universit di Bologna e Parigi per le lauree in legge e in teologia, che venivano conferite dall'arcivescovo o dal suo cancelliere.
A Bologna l'universit nacque nell'ambito delle scuole laiche di diritto gi verso la met del secolo XII. L'iniziativa fu degli studenti, tra i quali i pi attivi erano gli Ultramontani, quelli cio che venivano d'oltralpe e che sentivano maggiormente il problema di organizzarsi per tutelare i loro interessi. All'inizio si formarono quattro universitates scholarium, ridotte poi a due: degli Ultramontani e dei Citramontani (cio degli studenti provenienti dalle varie parti d'Italia). Furono esse a regolare il funzionamento dello studium, fissando non solo il compenso per i professori, ma anche i piani di studio ed i prezzi degli alloggi e dei libri. Anche i maestri avevano una loro corporazione, ma le sue competenze erano assai limitate, potendo soltanto stabilire le modalit di ammissione all'esame finale di laurea.
A Parigi le origini dell'universit sono invece da collegare con la scuola della cattedrale di Notre Dame. Verso la met del Dodicesimo secolo essa aveva tanti docenti e di cos grande prestigio, da fare di Parigi la prima citt di insegnanti che abbia avuto il mondo medievale.
Non sorprende perci che qui l'iniziativa sia stata soprattutto dei maestri, che formarono l'universitas magistrorum, con l'obiettivo principale di ridurre il potere del cancelliere arcivescovile, il quale interveniva allora anche in ambito dottrinale, stabilendo quali dovessero essere i libri da utilizzare nell'insegnamento.
Una filiazione di Parigi si pu considerare l'universit di Oxford, il cui cancelliere  menzionato per la prima volta nel 1214, ma che cominci a formarsi poco dopo il 1167, quando furono richiamati in patria gli studenti che studiavano in Francia. Ad Oxford segu agli inizi del Duecento Cambridge.
Anche Bologna fu madre di altre universit, soprattutto nell'Europa meridionale. Nel 1222 fu la volta di Padova, nata dalla secessione di alcuni maestri bolognesi, come al solito seguiti dai loro studenti. Nel 1224 nacque quella di Napoli, ma questa volta l'iniziativa fu dell'imperatore Federico Secondo, il quale chiam a insegnarvi maestri bolognesi, cercando nello stesso tempo di attirarvi studenti con privilegi economici nonch con il divieto ai suoi sudditi di recarsi a studiare all'estero. Il suo obiettivo era quello di assicurarsi il controllo sulla formazione del personale da inserire nell'amministrazione del Regno di Sicilia, che egli, come vedremo nel cap. 18, si preparava a riformare alla luce di leggi assai avanzate.
L'iniziativa di Federico Secondo non era destinata a restare isolata, in un periodo in cui in tutto l'Occidente il potere monarchico si avviava a una decisa ripresa. Prima ancora che da altri sovrani il suo esempio fu seguito dai pontefici, i quali si resero conto dell'importanza delle nuove istituzioni scolastiche e si adoperarono per assumerne il controllo o attraverso proprie fondazioni - come avvenne con l'universit di Tolosa, fondata nel 1229 - o inserendosi nei contrasti tra autorit cittadine e universit, e prendendo queste ultime sotto la loro protezione. Il risultato dell'interessamento di sovrani e papi per le universit fu che esse gi nel corso del Trecento vennero perdendo buona parte dell'impronta originaria, ritrovandosi completamente sottoposte ai pubblici poteri, dai quali i maestri erano stipendiati. Alla fine del Medioevo in tutta Europa le universit erano circa ottanta.


Le citt europee sedi di universit fino al 1492.


15.4
L'organizzazione degli studi universitari

Pur dopo gli interventi di pontefici e sovrani, le universit mantennero una loro autonomia organizzativa, che le rese alquanto diverse l'una dall'altra.  possibile, tuttavia, individuare alcuni elementi comuni, dovuti anche al fatto che le pi giovani si modellarono, come si  visto, su quelle pi antiche di Bologna e Parigi.
I corsi si tenevano nelle case dei maestri o in sale da loro affittate, dato che non esistevano edifici e aule universitarie. Le assemblee, gli esami, le dispute solenni si svolgevano invece nelle chiese o nei conventi. A Bologna, ad esempio, gli Ultramontani si riunivano nella chiesa di S. Procolo, i Citramontani a S. Domenico.
L'insegnamento era basato fondamentalmente sulla lezione (lectio) e sulla disputa (disputatio). La prima consisteva nella lettura e nel commento delle opere degli autori considerati fondamentali per una determinata disciplina: lettura e commento, che gli studenti seguivano sui loro testi, prendendo appunti. Molto pi originali erano le dispute, che costituiscono l'aspetto pi interessante del nuovo metodo di insegnamento, detto scolastico. Il maestro sceglieva un tema (questione, quaestio in latino) e dava l'incarico a un suo assistente (baccelliere) di presentarlo agli studenti e di rispondere alle loro obiezioni. Il giorno dopo faceva la determinatio, cio dava la sintesi della discussione ed esponeva la sua tesi al riguardo. Da queste dispute ordinarie si distinguevano quelle assai pi impegnative, che ogni maestro era tenuto a organizzare una-due volte all'anno alla presenza di tutti i membri della facolt. Si tratta delle cosiddette quaestiones quodlibetales, cio di dispute su qualsiasi argomento (de quolibet), per cui il maestro e i suoi assistenti dovevano essere pronti a rispondere alle domande del pubblico, anche quando si trattava di delicate questioni politiche o di dottrina cristiana. Il giorno dopo il maestro faceva la consueta determinatio e precisava il suo pensiero, che, nel caso dei maestri di maggiore prestigio, aveva spesso elementi di originalit. Alle lezioni e alle dispute si aggiungevano nelle facolt di Arti, alle quali si accedeva all'et di dodici-tredici anni, esercitazioni pratiche nonch ripetizioni scritte e orali, per verificare l'apprendimento degli allievi.
Al termine degli studi gli studenti conseguivano dei titoli, sulla base dei quali alcuni diventavano a loro volta maestri, mentre i pi facevano carriera all'interno dell'organizzazione ecclesiastica o nelle amministrazioni pubbliche. Nel corso del Duecento si venne delineando a Parigi, avendo poi una larga diffusione, una carriera di questo tipo. Dopo circa sei anni di studio nella facolt di Arti lo studente veniva ammesso all'esame, per conseguire il baccalaureato, cio il titolo di baccelliere, che lo abilitava a fare l'assistente del suo maestro. L'esame si svolgeva davanti a una commissione di quattro maestri, che verificavano la sua capacit di tenere una lezione e una disputa, con relativa "determinazione" finale.
Dopo altri due anni di studio si presentava di nuovo davanti alla commissione esaminatrice, la quale, se lo trovava idoneo, lo presentava al cancelliere, che gli conferiva la licenza.

Se voleva diventare invece maestro (o dottore) in Arti, doveva sottoporsi, ma non prima di aver raggiunto l'et di ventun anni, a due dispute con i baccellieri e i maestri della facolt alla presenza del cancelliere arcivescovile, dalle cui mani riceveva alla fine il titolo.
Su di lui gravava per l'oneroso obbligo di offrire un sontuoso banchetto a tutti i presenti, per cui i pi si accontentavano della licenza, mentre si indirizzavano al dottorato solo coloro che aspiravano all'insegnamento universitario. Un percorso analogo era previsto per coloro che, dopo gli studi nella facolt delle Arti, passavano in una di quelle superiori, per le quali erano previsti da sei a otto anni di studio per diritto e medicina, e ben quindici per la teologia. Si tratta, come si vede, di studi assai lunghi, considerato anche che allora la durata media della vita si aggirava intorno ai trentacinque anni.
Il prestigio delle facolt superiori variava ovviamente da una sede universitaria all'altra.
Per la medicina il centro pi rinomato fu all'inizio Salerno, dove l'insegnamento non si basava soltanto sui testi di Aristotele, Ippocrate, Galeno, Costantino l'Africano, ma anche sull'osservazione e l'esperienza nonch su una pratica medica formatasi attraverso un'esperienza plurisecolare. Agli inizi del Duecento, per, la Scuola medica salernitana era gi in declino, anche se continuer a funzionare fino al 1812. Rinomate facolt di medicina diventarono allora Montpellier, Bologna, Padova.
Gli studi di filosofia e teologia ebbero il loro centro principale a Parigi, dove si venne elaborando quella tipica cultura filosofica degli ambienti universitari medievali che si indica comunemente con il nome di Scolastica. L'elemento unificante fu rappresentato dall'influenza enorme esercitata dal pensiero di Aristotele, conosciuto nel corso del Dodicesimo secolo sia attraverso le sue opere originali tradotte dal greco e dall'arabo sia attraverso i commenti dei suoi interpreti arabi, tra cui soprattutto Averro (1126-1198). Il pensiero di Aristotele, spaziando dalla filosofia alla politica, dalla medicina alla scienza e alla morale, dava una risposta ai nuovi problemi che ora si ponevano gli uomini di pensiero e forniva uno strumento efficacissimo per inquadrare in maniera unitaria la cultura del tempo.
Il suo pensiero non era, per, facilmente conciliabile con la dottrina cristiana, specialmente nella versione che ne davano i commentatori arabi, per cui la sua penetrazione in certi ambienti universitari fu all'inizio assai contrastata. Cos a Parigi nel 1215 fu proibita l'utilizzazione delle sue opere scientifiche e metafisiche, e il divieto fu revocato solo nel 1252. Nel frattempo esse erano liberamente lette e commentate a Oxford e nella stessa universit pontificia di Tolosa. Tra coloro che si proposero di conciliare la filosofia aristotelica con il pensiero cristiano svolsero un ruolo di primo piano due filosofi e teologi, appartenenti a uno dei nuovi ordini religiosi, di cui parleremo tra poco, i domenicani Alberto Magno (1205 circa-1280) e Tommaso d'Aquino (1225 circa-1274). Quest'ultimo nella sua opera principale, la Summa theologica, tent l'unione della scienza con la fede, facendo della teologia una scienza che parte dalle verit di fede, per poi svilupparle secondo i principi razionali e i procedimenti logici in uso appunto nell'ambito dell'insegnamento universitario.

Per lo studio del diritto l'universit pi rinomata fu per tutto il Medioevo Bologna.
Qui, come abbiamo visto, erano gi attivi nel secolo Undicesimo maestri che tenevano lezioni private sul Corpus iuris civilis di Giustiniano. Essi erano impegnati a trovare nella legislazione e nella giurisprudenza romane i principi in base ai quali trovare una risposta ai problemi politici del loro tempo: problemi, come vedremo nel prossimo capitolo, di grande attualit. Le loro riflessioni, dette glosse, venivano riportate nei margini dei manoscritti che utilizzavano, per cui questi primi giuristi furono chiamati glossatori. Il pi famoso, come si  detto, fu Irnerio, cui seguirono i cosiddetti "quattro dottori": Bulgaro, Ugo, Martino e lacopo. Ai primi del Trecento ci fu l'avvento di una nuova scuola di giuristi, quella dei commentatori, detti cos perch alla glossa sostituirono la trattazione sistematica di determinati principi giuridici o di norme particolari.


15.5 15.5
Lo sviluppo della produzione libraria

La nascita dell'universit, con la conseguente necessit per maestri e studenti di disporre di testi per l'insegnamento e lo studio, contribu a modificare radicalmente le condizioni in cui fino ad allora erano stati prodotti i libri. Questi si erano venuti configurando come oggetti rari e di lusso, e quindi molto costosi. Prodotti esclusivamente negli scrptora dei monasteri e, in misura minore, delle chiese cattedrali, richiedevano mesi, a volte anni, di lavoro, perch all'opera degli amanuensi si affiancava quella dei miniatori, i quali non di rado facevano dei libri - o, meglio, dei codici, come allora si chiamavano - delle vere e proprie opere d'arte. Questo spiega, insieme al declino spirituale e culturale dell'et post-carolingia, perch anche le biblioteche di grandi monasteri possedessero poche decine di libri, per lo pi testi della Bibbia e dei Padri della Chiesa, libri liturgici, vite di santi, le opere di Boezio e qualche classico latino, "ma coperto di uno spesso strato di polvere" (C.H. Haskins).
Ora nell'ambito dell'insegnamento universitario era invece necessario disporre di molte copie della stessa opera e di libri maneggevoli e poco costosi, sui quali poter fare anche delle annotazioni durante la lettura e il commento che ne faceva il maestro. All'inizio studenti e maestri furono costretti a procurarsi da soli e in mezzo a difficolt di ogni genere i libri di cui avevano bisogno, rivolgendosi al libero mercato, nell'ambito del quale operavano librai-editori, detti stationarii, numerosi soprattutto nelle citt sedi di universit e di pi intensa attivit culturale. Il problema, come si  gi accennato, fu per ben presto affrontato direttamente dagli organismi direttivi delle universit. L'esempio fu fornito ancora una volta da Parigi e Bologna, dove venne introdotto il sistema della "pecia", che consentiva, da una parte, di assicurare la correttezza dei testi, e dall'altra la possibilit di rifornirsene a prezzi pi accessibili. Si trattava di questo: una commissione di professori approvava i testi ufficiali (exemplaria) da usare per l'insegnamento, che venivano forniti agli stationarii riconosciuti dall'universit. Questi li utilizzavano sia per trarne le copie da destinare alla libera vendita sia per darli in prestito a studenti e professori, che volessero provvedere in proprio a ricopiarli. Gli exemplaria, per, non erano conservati e fittati nella loro integrit, ma a fascicoli sciolti, detti peciae (di qui il nome del sistema), in maniera che potessero lavorare pi copisti contemporaneamente, ognuno dei quali utilizzava una pecia alla volta. Pur essendo gli stationarii indipendenti l'uno dall'altro e pur moltiplicandosi con il passare del tempo le sedi universitarie, venne a formarsi ugualmente un tipo di libro con caratteristiche comuni: ampi margini per i commenti, uso di iniziali e di divisioni di periodi che consentivano di evidenziare bene le varie parti del testo, sistemi sintetici di citazioni.
La materia scrittoria usata era per lo pi ancora la pergamena, ma gi si cominciava a diffondere l'uso della carta per i codici di uso corrente.
Anche la scrittura venne ad assumere caratteristiche particolari. Si trattava della scrittura gotica, allora ampiamente diffusa sia per i documenti sia per i libri. Nell'ambito dei testi universitari si formarono, tuttavia, tipizzazioni grafiche particolari, dette dagli studiosi litterae scholasticae, che caratterizzarono la produzione libraria dei varii centri universitari.
Le meglio definite appaiono la littera bononiensis (usata a Bologna) e la littera parisiensis (usata a Parigi), mentre di pi incerta individuazione risultano i tipi adoperati a Oxford (littera oxoniensis) e a Napoli (littera neapolitana).


15.6
L'affermazione delle lingue volgari
e la diffusione della cultura

La lingua dei testi universitari e dell'insegnamento era dovunque il latino; ci spiega la grande mobilit sia di studenti sia di professori, i quali si spostavano da un centro all'altro, proprio perch non esistevano barriere linguistiche. I secoli XII-XIII videro, per, una diffusione della cultura che andava molto al di l degli ambienti universitari e che coinvolgeva nuovi ceti sociali.
Fin dai primi secoli del Medioevo la stragrande maggioranza dei laici e finanche non pochi esponenti del basso clero non erano pi in grado n di capire n di parlare il latino, che per aveva continuato ad essere la lingua della cultura e quindi dei testi scritti.
Rarissime sono infatti le testimonianze scritte delle lingue volgari, parlate sia dal popolo sia dagli stessi dotti nella loro vita quotidiana. Abbiamo ricordato in precedenza il giuramento di Strasburgo dell'842 tra Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, che ci ha fornito una testimonianza del francese e del tedesco di allora. A titolo di esempio possiamo aggiungere qui il famoso Placito capuano del 960, in cui  riportata la testimonianza resa da un contadino a favore dell'abbazia di Montecassino in merito al possesso di certe terre nella zona di Capua.

Tra Undicesimo e Dodicesimo secolo assistiamo per alla diffusione di componimenti e di opere in lingua volgare. Il fenomeno si manifesta dapprima negli ambienti feudali della Francia.
Qui, come nel resto dell'Europa che aveva fatto parte dell'impero romano, si erano formate dall'evoluzione del latino varie parlate locali, le lingue romanze (dal francese antico romanz, derivato dall'espressione romanice loqui, "parlare latino"). In Francia ne emersero due: la lingua d'ol a Nord e la lingua d'oc a sud. Fu proprio quest'ultima, che aveva il suo centro in Provenza, ad esprimere nel corso del secolo Dodicesimo una raffinata produzione poetica, che si diffuse anche in Italia, dove trov il suo esponente pi famoso in Sordello di Goito (1200 ca.-1269), ricordato da Dante nel Canto Sesto del Purgatorio. Uguale prestigio fuori della Francia ebbero anche la narrativa e la trattatistica in lingua d'oil, che si impose definitivamente dopo il declino politico-culturale della Provenza agli inizi del Duecento (ne parleremo pi avanti). Questo fece s che i primi poeti e trattatisti italiani, i quali decisero di rivolgersi a un pubblico pi vasto, facessero uso proprio della lingua d'oc e della lingua d'ol piuttosto che del volgare italiano, il quale acquist dignit letteraria solo nei primi decenni del Duecento, grazie soprattutto all'attivit della Scuola poetica formatasi alla corte siciliana di Federico Secondo e a quella immediatamente successiva dei poeti toscani.
Chi erano gli autori che facevano uso del volgare e a quale pubblico si rivolgevano? Nel caso della Scuola poetica siciliana si tratt di un'esperienza tutta interna al mondo dell'aristocrazia di corte, ma con i poeti toscani siamo gi in un contesto del tutto diverso.
Si tratta del mondo delle citt, dove gi si erano affermate le nuove istituzioni comunali, di cui parleremo ampiamente nel capitolo seguente. Qui anticipiamo che esse segnarono un notevole ampliamento degli spazi di partecipazione politica, con l'emergere di nuovi ceti, mercanti, artigiani, professionisti, portatori di nuove esigenze culturali e di stili di vita diversi rispetto a quelli dell'aristocrazia di et precomunale.
Tra essi un ruolo di primo piano svolsero per ragioni diverse i notai e i mercanti. I primi con la loro cultura giuridica stavano acquistando un prestigio sociale crescente, essendo la loro opera indispensabile sia per il funzionamento delle istituzioni comunali sia per la produzione di atti di vario genere, richiesti da una vita sociale ed economica sempre pi intensa. La documentazione da loro prodotta era in genere in latino, ma il tipo di pubblico con cui avevano a che fare li costringeva a passare continuamente dal latino al volgare e viceversa, ma soprattutto li proiettava in una nuova dimensione civile e culturale. Essi divennero la memoria storica delle loro citt, di cui registrarono gli eventi pi significativi prima in latino, ma ben presto in volgare, ora annotandoli in margine ai loro registri ora inserendoli in trattazioni pi organiche. Contribuirono cos alla fioritura della storiografia cittadina, che raggiunse livelli assai alti tra Dodicesimo e Quattordicesimo secolo; basti qui ricordare i nomi del genovese Caffaro, del padovano Rolandino, del doge veneziano Andrea Dandolo, dei fiorentini Dino Compagni e Giovanni Villani, del beneventano Falcone, del pugliese Domenico di Gravina.

Gli altri protagonisti della vita cittadina, i mercanti, solo raramente conoscevano un po' di latino. In compenso erano portatori di una nuova mentalit, come gi abbiamo detto, fortemente impregnata di razionalit. Per la loro attivit avevano bisogno di scrivere continuamente lettere e di tenere registri, ma ben presto cominciarono a scrivere anche per ragioni non strettamente professionali. Nacquero cos, oltre a varie cronache cittadine, i Libri di ricordanze, nei quali annotavano le vicende della loro famiglia sia per mantenere vivo attraverso lo scorrere delle generazioni l'attaccamento alla tradizione familiare sia per mettere a frutto la loro esperienza per l'educazione di figli e nipoti.


APPROFONDIMENTI

LA SCRITTURA DEI TESTI NON SCOLASTICI

Nel corso del Due-Trecento crebbe enormemente il numero di coloro che facevano ricorso alla scrittura sia per la loro attivit professionale (notai, giudici, letterati, ecclesiastici, mercanti) sia per le necessit della vita quotidiana. Fatta eccezione dei mercanti, che, come sappiamo, facevano uso di una loro scrittura particolare, detta appunto mercantesca, tutti gli altri adoperavano la minuscola cancelleresca italiana, detta cos perch in uso in tutte le cancellerie italiane, da quella pontificia a quella dei Comuni, a quella del Regno di Sicilia. Nata dall'evoluzione della scrittura carolina adoperata nei documenti, si caratterizzava, rispetto alla gotica dei testi universitari, per il suo carattere corsivo, per la rotondit del corpo delle lettere, per il tratteggio fluido e per l'uso di svolazzi e code ornamentali.
Ben presto piccoli adattamenti (forma pi armoniosa delle lettere, spaziatura pi regolare tra le lettere e le parole, riduzione di code e svolazzi) ne resero possibile l'impiego anche in ambito librario per la produzione dei testi in volgare, la cui circolazione diventava proprio in quei secoli sempre pi intensa. Tutta la pi antica produzione letteraria in volgare, perci, non solo usc dalla penna di scrittori e poeti che facevano uso normalmente della scrittura cancelleresca, ma raggiunse il largo pubblico grazie all'attivit scrittoria di copisti, che per i testi in volgare usavano, con gli adattamenti che abbiamo detto, quella stessa scrittura.

A rendere sempre pi larga la pratica della lettura e della scrittura contribu, d'altra parte, una precisa scelta delle autorit cittadine, che si preoccuparono di creare scuole aperte a tutti. L'aumento del numero di coloro che sapevano leggere cre, a sua volta, le premesse per l'immissione sul mercato di un nuovo tipo di produzione libraria - vite di santi, testi narrativi e di edificazione - di nessun pregio artistico, ma di costo assai basso. Il risultato fu che il sapere, un tempo monopolio degli ambienti ecclesiastici, era ora pi largamente diffuso. I livelli culturali erano ovviamente assai vari, essendoci una grande differenza tra il mercante che scriveva solo nei suoi libri contabili e il prestigioso maestro di una facolt di diritto o di teologia; ma restava la novit rilevante che ora il termine laico non indicava pi necessariamente una persona priva di cultura.
In questo senso possiamo parlare di laicizzazione della cultura: espressione che va, tuttavia, ulteriormente chiarita, per evitare pericolosi fraintendimenti. Con essa vogliamo dire semplicemente che, a partire dal Dodicesimo secolo, anche i laici erano diventati produttori e fruitori di cultura. Si trattava, per, pur sempre di una cultura fortemente intrisa di valori religiosi, dato che la religione continu a permeare profondamente tutta la societ medievale. Ne era fortemente condizionato anche il mercante, il quale non solo apriva i suoi libri contabili nel nome di Dio, ma a lui destinava, in sede di bilancio consuntivo, una quota parte degli utili, come se si trattasse di un socio in affari: quota, che poi veniva utilizzata per opere di beneficenza. Alla base di questo comportamento c'era sia una grande sensibilit religiosa sia un prudente investimento ai fini della salvezza dell'anima; ma esso  significativo, perch ci consente di cogliere i tratti peculiari di un'et che cerc disperatamente di conciliare la scienza con la fede, la ricerca del nuovo con l'ossequio all'autorit degli "autori" del passato, gli interessi terreni con la speranza della salvezza eterna.


15-7
L'emergere di nuove forme di dissenso religioso

La crescita della popolazione urbana, la pi intensa circolazione di uomini e idee, la maggiore diffusione della cultura, la pi ampia partecipazione alla vita politica, l'esigenza, confusa ma largamente sentita, di un rinnovamento generale della societ, il fervore di vita che nel complesso si dispiegava in tutti i campi creavano, intanto, le condizioni per un maggiore dinamismo dei laici anche sul piano religioso. Esso si manifest principalmente attraverso il proliferare di iniziative caritative, come la fondazione di ospedali e di confraternite, che ebbero tra Dodicesimo e Quattordicesimo secolo una diffusione enorme in tutta Europa: confraternite, che a volte si confondevano con le corporazioni, perch le une e le altre nascevano dall'esigenza dei laici di ritagliarsi un proprio spazio organizzativo in ambito sia economico che religioso.
Si trattava per di un fenomeno di massa, che non poteva appagare le ansie e il malessere di chi aspirava a un regime pi perfetto di vita spirituale e non trovava nella Chiesa dell'et post-gregoriana una qualche aderenza a quel modello della comunit cristiana delle origini (Ecclesiae primitivae forma), che aveva infiammato i patarini milanesi e le prediche dei monaci vallombrosani nelle citt della Toscana. Non si trattava -  bene precisarlo subito - dell'eco a livello popolare delle dottissime dispute teologiche che avvenivano tra i maestri delle scuole cattedrali e delle universit della Francia: dispute che non ebbero nell'immediato alcuna risonanza tra il popolo. Sar solo a partire dal Trecento che le tesi di docenti universitari, considerate eretiche dalla Chiesa, si salderanno a movimenti popolari, dando vita a forme di contestazione di massa. Tra Dodicesimo e Tredicesimo secolo, invece, il dissenso si manifest tra spiriti semplici, anche se non del tutto sprovveduti culturalmente.
Essi non erano interessati a sottilissime questioni teologiche e dottrinarie, ma muovevano unicamente da esigenze di carattere morale ed erano fiduciosi nella possibilit di conseguire qualche risultato.
Mentre i superstiti del movimento patarinico si disperdevano in gruppi e gruppuscoli, sui quali sempre pi pesantemente si abbatteva la mano delle autorit ecclesiastiche, andava crescendo nella Francia meridionale, in Germania e in Lombardia il numero dei seguaci di Valdo (o Valdesio), un ricco mercante di Lione, che intorno al 1170, dopo una lunga riflessione sui testi biblici e su alcune opere dei Padri della Chiesa da lui fatte tradurre in volgare, rinunci ai suoi beni, per distribuirli ai poveri e alle chiese. Si trattava di un gesto non del tutto inconsueto tra i borghesi del tempo. La novit consisteva nella convinzione di Valdo e dei suoi primi seguaci di avere il diritto-dovere, come qualsiasi altro cristiano, di predicare il Vangelo. Essi cercarono disperatamente di rimanere all'interno della Chiesa e di ottenere l'approvazione delle autorit ecclesiastiche, ma invano. I Poveri di Lione, come si definivano, furono dichiarati eretici e colpiti da perpetua scomunica da Lucio Terzo nel 1184 con la decretale Ad abolendam (le decretali erano le costituzioni emanate dai pontefici, le quali, come qualsiasi altro documento papale, prendevano nome dalle prime parole del testo). Nei loro confronti tent un'opera di recupero Innocenzo III, che per ebbe successo solo parzialmente, dato che la parte maggioritaria del movimento, sulla quale Valdo fino alla sua morte, avvenuta tra il 1205 e il 1207, non riusc pi ad esercitare alcun controllo, non ritenne sufficienti le aperture della Chiesa di Roma.
Con la stessa decretale Ad abolendam Lucio Terzo condann, insieme a gruppi ereticali di minore consistenza (Patarini, Passagini, Giosefini, Arnaldisti), anche gli Umiliati (riammessi nella Chiesa da Innocenzo III) e i Catari, che erano quelli che pi impensierivano le autorit ecclesiastiche. Essi infatti, pur muovendo dalla stessa esigenza di rinnovamento morale che animava gli altri movimenti religiosi a carattere popolare, avevano anche una loro dottrina e un'organizzazione ecclesiastica, con vescovi, sacerdoti e particolari pratiche sacramentali: una vera e propria Chiesa alternativa, assai radicata nella Francia meridionale, ma presente anche in Alta Italia. La loro dottrina si ricollegava, attraverso tramiti non facilmente individuabili, alle teorie dualistiche dei manichei dei primi secoli del Cristianesimo. Credevano, infatti, nella lotta incessante fra il mondo superiore degli spiriti puri e quello inferiore della materia, tra bene e male, luce e tenebre, spirito e materia. Il cristiano doveva lottare contro la violenza e contro tutto ci che  materiale, conducendo una vita povera e ascetica, e astenendosi dai cibi carnei. A questi obblighi, validi per tutti, altri se ne aggiungevano per quelli che aspiravano a far parte della categoria superiore dei perfetti, tra cui il divieto di sposarsi, perch il matrimonio perpetua la vita fisica, che  male.
Nella lotta ai Catari la Chiesa mobilit anche le autorit politiche, facendo leva sul carattere, considerato eversivo, della loro predicazione e arrivando al punto da bandire contro di loro una crociata; ma di questo avremo occasione di parlare nel cap. 18. Qui, per completare il quadro della vita religiosa tra Dodicesimo e Tredicesimo secolo, dobbiamo occuparci di una delle esperienze pi singolari della spiritualit medievale, destinata a segnare profondamente la vita della Chiesa nei secoli seguenti e fino ai nostri giorni: la nascita degli ordini mendicanti.


15.8
Gli ordini mendicanti

Valdesi, Umiliati, Catari erano spesso non facilmente distinguibili dai tanti gruppi di penitenti, uomini e donne, che conducevano, sia in campagna sia soprattutto in citt, forme pi impegnative di esperienza religiosa. Le autorit ecclesiastiche tentavano di tenerli sotto controllo, imponendo loro obblighi ben precisi, tra cui la piena sottomissione ai vescovi.
A uno di questi gruppi fu assimilata originariamente la "fraternit di penitenti di Assisi", formatasi attorno a Francesco (1182-1226), il figlio di un ricco mercante di Assisi, il quale dopo una giovinezza spensierata rinunci alle ricchezze paterne, per vivere in povert secondo l'insegnamento di Cristo e predicare il Vangelo con l'esempio. Ai suoi seguaci diede, in segno di umilt, il nome di frati minori, utilizzando quel termine minores, che nei testi dell'epoca designava le categorie sociali pi basse, e in particolare il popolino delle citt.
Gi il nome indicava una rottura rispetto a una situazione consolidata, che vedeva gli ordini religiosi e le comunit canonicali in possesso di estesi beni fondiari e di poteri di natura signorile. Tale era allora la condizione degli stessi cistercensi, che, pur avendo cercato la fuga dal mondo, avevano finito, a causa del prestigio che avevano conseguito, con il diventare grandi proprietari terrieri. I frati minori dovevano invece condividere la sorte dei pi poveri e conformarsi completamente al modello di Cristo, "che non aveva dove poggiare il capo". Per procurarsi da vivere, Francesco e i suoi compagni, che non avevano dimore fisse, lavoravano con le loro mani e si affidavano alla Provvidenza, ricorrendo alla mendicit nel caso in cui non avessero trovato di che vivere con il lavoro. In ogni caso non avrebbero dovuto detenere alcunch, neanche piccole provviste, perch qualsiasi forma di appropriazione li avrebbe esposti al peccato di avarizia e alla violenza. "Se possediamo dei beni, bisogner che li difendiamo", disse una volta Francesco a un vescovo che si meravigliava della povert della sua comunit.
Uno stile di vita cos radicalmente nuovo, che, sia pur senza clamore, offriva dell'esperienza cristiana un'immagine molto diversa da quella della Chiesa del tempo, non manc ovviamente di suscitare una forte diffidenza da parte delle gerarchie ecclesiastiche.
Essa per fu superata sia per la totale obbedienza che Francesco e i suoi seguaci professarono sempre nei confronti dell'autorit della Chiesa sia per la scelta, che a un certo punto fece il papato, di dare spazio ai movimenti religiosi che ne riconoscevano il magistero e suscettibili, anzi, di essere utilizzati nella lotta contro gli eretici. Artefice di questa svolta fu Innocenzo III, uno dei maggiori pontefici del Medioevo, il quale nel 1210 approv, sia pur solo verbalmente, la regola di vita che Francesco aveva proposta ai suoi compagni.
L'approvazione scritta, e quindi definitiva, verr data nel 1223 dal nuovo pontefice Onorio III.
Intanto gi nel 1216 lo stesso Onorio Terzo aveva approvato un'altra regola, quella elaborata da Domenico di Guzman, detto anche di Caleruega (1170-1221), per l'ordine dei frati predicatori. Anch'essi avevano operato un rifiuto completo della ricchezza e di ogni forma di possesso, scegliendo di vivere sulla base delle elemosine e delle offerte dei fedeli. Rispetto ai francescani, tuttavia, i domenicani (come furono anche detti i frati predicatori) si caratterizzavano per la loro preparazione teologica, avendo scelto come principale campo di impegno la lotta contro gli eretici, da condurre sia con l'esempio della loro vita sia con la predicazione. Questo fece s che, quando nel 1231 il papato impresse una svolta alla lotta contro gli eretici, creando in ogni diocesi il tribunale dell'inquisizione direttamente dipendente da Roma, i giudici inquisitori venissero scelti proprio tra i domenicani.
Ad essi a un certo punto furono affiancati i francescani, i quali cos venivano ad assumere compiti certamente non conformi al tipo di testimonianza cristiana auspicata dal Francesco d'Assisi; e infatti tra i suoi seguaci erano emerse delle tensioni quando egli era ancora vivo. Il rapido sviluppo dell'ordine anche nei paesi d'oltralpe, dal clima pi rigido, aveva comportato la stabilizzazione dei frati in edifici di tipo conventuale e ben presto anche l'afflusso di donazioni in beni immobili. Inoltre, a bussare alla porta dei conventi, furono quasi subito anche chierici e intellettuali, tra i quali maestri di diritto e teologia, che contribuirono a cambiare la fisionomia delle primitive comunit francescane, assumendo nel volgere di pochi anni la guida dell'ordine. Il poverello di Assisi non era ostile alla cultura, ma la riteneva poco compatibile con l'ideale di povert, essendo convinto che ogni sapere implica pur sempre un potere.
I problemi si aggravarono dopo la morte e la canonizzazione di Francesco, quest'ultima avvenuta ad opera di Gregorio Nono gi nel 1228. Lo stesso pontefice, con la lettera Quo elongati del 28 settembre 1230, nel mentre negava valore normativo al Testamento con il quale alla fine dell'estate del 1226, poco prima di morire, l'Assisiate aveva riproposto i caratteri originari (povert, semplicit, instabilit) dell'esperienza sua e dei suoi compagni, risolveva anche il problema della disponibilit che ormai l'ordine, contrariamente alle raccomandazioni di Francesco, aveva di case, chiese e conventi, stabilendo ne avesse soltanto l'uso, mentre la propriet era della Chiesa romana: si trattava, in sostanza, di un artificio giuridico, che per formalmente salvaguardava la diversit dell'ordine rispetto alla tradizione monastica e canonicale. Un segno evidente della metamorfosi dell'ordine fu l'elezione nel 1239 a ministro generale di frate Alberto da Pisa, il primo frate-sacerdote a ricoprire questa carica, che in precedenza era stata sempre appannaggio di frati-laici, l'ultimo dei quali, Elia, era stato costretto a dimettersi proprio per le tensioni scoppiate all'interno dell'ordine tra il "partito" dei frati-sacerdoti e quello dei frati-laici.
Ad Alberto da Pisa successe Aimone di Faversham, famoso predicatore inglese e maestro nello studio di Parigi, con il quale la clericalizzazione dell'ordine pu dirsi ormai completata: a lui si deve infatti l'adozione della norma in base alla quale nessun nuovo frate avrebbe potuto essere accolto se non fosse stato gi "chierico convenientemente istruito nella grammatica o nella logica", con la sola eccezione di quei laici, la cui entrata nell'ordine apparisse "come un esempio assai splendente per il popolo e il clero".
Durante il generalato di Aimone, nel 1241, avvenne anche la prima elezione di un minore a vescovo, e per giunta in una diocesi importante come Milano. (Nel 1288 sar eletto papa, con il nome di Niccol IV, frate Girolamo d'Ascoli).
Il punto di arrivo di questo processo fu il lungo generalato di Bonaventura da Bagnorea (1257-1274), che segn quasi una rifondazione del francescanesimo, di cui venne ridefinita, per impulso anche della curia romana, la collocazione nella Chiesa e nella societ, mediante anche l'assunzione da parte dei frati di compiti di natura pastorale, all'inizio attraverso l'esercizio della predicazione e della confessione, ma successivamente anche in forme pi estese e in concorrenza con il clero in cura d'anime. Nello stesso tempo veniva riletta in funzione del nuovo assetto dell'ordine anche l'esperienza religiosa di Francesco, al punto che il capitolo di Parigi del 1266 decise la distruzione sistematica di tutte le testimonianze che non coincidevano con la nuova biografia del santo (Legenda maior) scritta dallo stesso Bonaventura e approvata dal capitolo di Pisa del 1263.
L'intenzione era quella di mettere fine una volta per tutte ai contrasti interni, che traevano alimento dal ricordo di quella che era stata la testimonianza cristiana di Francesco e dei suoi primi compagni, ma l'obiettivo non fu raggiunto; anzi riesplose pi aspro che mai il dibattito sul binomio povert-ricchezza, alimentato anche dal fascino grandissimo che su larghi settori del mondo francescano esercitavano le teorie del monaco calabrese Gioacchino da Fiore sul prossimo avvento dell'et dello Spirito, della quale non pochi dei frati minori consideravano il loro ordine uno dei segni premonitori. Il risultato fu che venne a crearsi una lacerante spaccatura tra i cosiddetti spirituali, che intendevano restare fedeli allo spirito e alla lettera della regola, e quindi alla scelta della povert assoluta, e i conventuali, che invece ritenevano indispensabile adattarla alle nuove dimensioni dell'ordine e ai compiti che lo attendevano. Si tratt di una lotta assai dura, nella quale intervenne pesantemente il papato, che perseguit le frange pi estremistiche degli spirituali, tra cui i gruppi dei cosiddetti fraticelli; ma di questo avremo ancora occasione di parlare.

Qui bisogna aggiungere che, nonostante i contrasti al loro interno, i frati minori seppero realizzare una presenza capillare in tutti gli ambienti sociali, adottando una precisa "strategia insediativa", come l'ha definita Luigi Pellegrini, per cui fissarono le loro sedi all'interno delle citt o nei centri abitati che svolgevano la funzione di poli di aggregazione di territori pi o meno ampi. Essi, infatti, non fuggivano il mondo, ma cercavano l'uomo, dovunque egli fosse e qualunque fosse il suo stato di vita, con una preferenza spiccata per gli umili e gli emarginati, tra cui i lebbrosi, allora largamente presenti in Italia e in Europa. Questo fece s che essi acquistassero ben presto un prestigio enorme, per cui diventarono il punto di riferimento non solo del laicato pio e delle sue associazioni (le confraternite), ma anche dei ceti dirigenti cittadini, che affidarono loro tutta una serie di incarichi, tra cui la designazione e il controllo dell'operato dei pubblici ufficiali, ambascerie importanti, la riforma degli statuti comunali nonch la gestione di servizi sociali essenziali: troviamo infatti i frati attivi in qualit di ingegneri, giuristi, notai, esperti di finanza al servizio dei Comuni, dei quali custodiscono spesso gli archivi o almeno i documenti pi importanti ed ospitano le riunioni dei Consigli.
Intanto lo stile di vita di francescani e domenicani, che tendevano ad assimilarsi sempre di pi, veniva adottato da altri gruppi e movimenti a carattere mendicante, ma la Chiesa con il Concilio di Lione del 1274 cerc di porre un freno al fenomeno, riconoscendo come mendicanti (vale a dire come poveri volontari, e quindi non proprietari di beni, secondo quanto stabilito da Gregorio IX) soltanto francescani e domenicani, ed accantonando il problema dei carmelitani e degli agostiniani, che vennero riconosciuti i soltanto nel 1298. Nasceva cos quella che  stata definita la quadrilogia mendicante, alla quale bisogna per aggiungere i Servi di Maria, che saranno riconosciuti come mendicanti all'inizio del Trecento: si tratta di un ordine ancora oggi esistente, ma che non raggiunger mai la diffusione degli altri quattro.
Con queste vicende siamo arrivati ormai alla fine del Duecento, un periodo in cui erano giunti a uno stadio avanzato di maturazione importanti processi di natura politica, con i quali erano strettamente intrecciati tutti i fenomeni di carattere economico-sociale, culturale e religioso, descritti negli ultimi quattro capitoli. Finora li abbiamo tenuti fuori dalla nostra trattazione per ragioni di chiarezza espositiva; ma  giunto ora il momento di dedicare ad essi tutta l'attenzione che meritano, prendendo le mosse, ancora una volta, dal secolo Undicesimo e tenendo al centro del quadro soprattutto l'Italia.



Il dibattito
storiografico

Rinascita culturale e nuove esperienze religiose: eretici o testimoni della verit?


 la domanda che a partire dal Cinquecento e per almeno due-tre secoli ha orientato la ricerca storica sui fenomeni di dissidenza religiosa nel Medioevo: ricerca che, come era inevitabile,  stata fortemente condizionata dalla polemica tra protestanti e cattolici, e quindi da istanze di carattere ideologico. I primi hanno visto negli eretici medievali i loro precursori nella denuncia delle deviazioni della Chiesa cattolico-romana dal modello evangelico, considerandoli testimoni autentici del messaggio cristiano e martiri della repressione papale; i secondi hanno invece inserito le loro vicende nel quadro pi generale della storia della Chiesa che, grazie all'azione della Provvidenza, si sarebbe mantenuta sempre fedele alla sua missione salvifica, combattendo ogni forma di deviazione dottrinale.
Eppure, nonostante siffatte impostazioni o, forse, proprio in funzione di esse, nell'ambito dell'uno e dell'altro schieramento matur nel corso del Sei-Settecento l'esigenza di rinnovare la ricerca storica, basandola su pi salde basi documentarie; il che cre le premesse per l'acquisizione di nuove fonti, attraverso le quali il mondo degli eretici medievali cominci ad essere conosciuto nelle sue varie articolazioni e non pi in maniera indistinta, come era avvenuto fino ad allora. Tra gli artefici di questa revisione storiografica  da porre il cancelliere dell'Universit di Gttingen, il protestante Johann Lorenz Mosheim, il quale verso la met del Settecento avvi su nuove basi lo studio del catarismo, di cui colse l'incompatibilit sia con la dottrina sia con la morale delle Chiese protestanti.
Nel corso dell'Ottocento lo studio dei movimenti ereticali trasse ulteriore impulso, prima, dall'interpretazione che il Romanticismo diede del Medioevo come et cristiana e poi dall'affermazione del Positivismo, che, privilegiando la ricerca dei documenti, nell'illusione che essi parlassero da soli, port ad una sensibile dilatazione della gamma delle fonti disponibili.
Sulla base di esse uno storico italiano della filosofia, Felice Tocco, tent di delineare sul finire del secolo un quadro d'insieme delle eresie medievali, delle quali ebbe per il torto di sopravvalutare il carattere dottrinario, considerandole in una prospettiva di storia del pensiero, che non era affatto aderente alla loro reale dimensione storica.
Completamente diverso l'approccio che al problema ebbe pochi anni dopo uno storico di cui abbiamo gi avuto occasione di parlare, Gioacchino Volpe, il quale in un saggio del 1907, ristampato nel volume Movimenti religiosi e sette ereticali nella societ medievale italiana (Firenze, Sansoni, 1922), pose su basi nuove la ricerca sugli eretici e sui moti ereticali del pieno Medioevo, distinguendoli nettamente da quelli dei primi secoli del Cristianesimo e considerandoli, in quanto portatori di istanze di rinnovamento morale, espressione della vitalit che caratterizzava la societ del tempo nel suo complesso.

L'impostazione del Volpe apparve molto stimolante, ma nello stesso tempo assai riduttiva a Raffaello Morghen (1896-1983), uno storico formatosi alla scuola di Ernesto Buonaiuti (1881-1946), esponente di punta in Italia del Modernismo, il movimento di riforma religiosa sviluppatosi tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento con l'obiettivo di conciliare il Cristianesimo con il pensiero moderno. Nella prospettiva di Buonaiuti e di Morghen le eresie svolgono un ruolo fondamentale nella vita della Chiesa, dato che in esse si esprimerebbe la perenne vitalit dell'Evangelo, capace di far attingere la verit al di l delle formule cristallizzate nei dogmi e nelle leggi della Chiesa. Il Morghen, che poi raccolse i suoi studi nel libro Medioevo cristiano (Bari, Laterza, 1951), concentr la sua attenzione sul i Catarismo in particolare, di cui neg la filiazione dal Manicheismo attraverso la mediazione dei Bogomili (eretici bulgari seguaci di Bogomil, prete bulgaro della met del Decimo secolo), considerandolo piuttosto espressione spontanea della spiritualit cristiana occidentale, sulla quale solo in un secondo momento e in misura marginale si sarebbero innestate le teorie dualistiche di origine orientale, basate sui due principi del bene e del male in perenne lotta tra di loro. Come pure neg il collegamento, operato dal Volpe, tra eresie e rinnovamento economico e sociale dei secoli XI-XII, che consider solo cornice cronologicamente coincidente con le prime. Non  possibile in questa sede n seguire tutto il dibattito, attualmente ancora in corso, sul carattere del dualismo cataro e sul rapporto tra esso e quello di origine manichea n dar conto delle pi recenti acquisizioni della storiografia sul Catarismo, per la quale sono da ricordare, tuttavia, almeno i nomi di Arno Borst e di Raoul Manselli, autori, rispettivamente, dei volumi Die Katharer (Stuttgart, Hiersemann, 1953) e L'eresia del male (Napoli, Morano, 1963; 2a ed. con aggiornamenti bibliografici nel 1980), nonch del domenicano Antoine Dondaine, scopritore di testi assai importanti per la storia del Catarismo, tra cui un testo teologico cataro.
In questa sede  piuttosto da sottolineare la svolta decisiva che ha rappresentato l'opera dello storico tedesco Herbert Grundmann, Movimenti religiosi nel Medioevo, apparsa per la prima volta in tedesco nel 1935 e tradotta in italiano nel 1980 (Bologna, il Mulino), nella quale per la prima volta i movimenti ereticali sono inseriti nel contesto della vita religiosa del tempo e in connessione con altre esperienze che ebbero esiti diversi, quali gli ordini mendicanti e il movimento religioso femminile. Il carattere autenticamente religioso delle eresie medievali fu poi rivendicato dal Grundmann, insieme al Morghen, al Congresso internazionale di scienze storiche del 1955, dove gli storici marxisti dei paesi dell'Est sostennero che la dimensione religiosa presente in movimenti di contestazione del tardo Medioevo era una semplice copertura delle rivendicazioni delle classi inferiori.
Il dibattito tra storici marxisti e non marxisti riprese al convegno organizzato da Jacques Le Goff a Royaumont nel 1962, i cui atti furono pubblicati nel 1968 con il titolo Hrsie et socit dans l'Europe prindustriellel 11e-18e sicles (Paris La Have). In quell'occasione Le Goff, Georges Duby e lo storico polacco Bronislaw Geremek proposero la possibilit di una terza via, e cio che un movimento ereticale sia stato in origine un fatto di natura religiosa, ma che poi si sia propagato presso marginali di ogni sorta, aperti a nuove idee a causa del loro sradicamento e del loro non conformismo morale o intellettuale.
La storiografia italiana si muove oggi sostanzialmente lungo il sentiero tracciato dal Grundmann. Esponente attivo e brillante di essa  Giovanni Grado Merlo, studioso soprattutto del movimento valdese, ma attento a tutte le forme di esperienza religiosa dei laici tra Dodicesimo e inizi del Quattordicesimo secolo, di cui ha colto in una serie di lavori il carattere dinamico e sperimentale, non stancandosi mai di ricordare che l'eretico medievale  innanzitutto un cristiano che vive in una determinata realt spazio-temporale e che a un certo punto sperimenta un nuovo modo di vivere il messaggio cristiano, senza che questo comporti sempre un "progetto religioso pi o meno elaborato sul piano intellettuale". Di lui si vedano soprattutto: Eretici ed eresie medievali, Bologna, il Mulino, 1989; Contro gli eretici. La coercizione all'ortodossia prima dell'Inquisizione, Bologna, il Mulino, 1996; a questi volumi  da aggiungere anche quello da lui curato Eretici ed eresie medievali nella storiografia contemporanea, Torre Pellice, Societ di studi valdesi, 1994. Da essi  possibile partire per recuperare la bibliografia precedente.
Sulla storiografia relativa alle eresie medievali ha scritto pagine penetranti O. Capitani nelle Introduzioni ai volumi da lui curati L'eresia medievale, Bologna, il Mulino, 1971; Medioevo ereticale, Bologna, il Mulino, 1977. Per la storiografia pi recente, con particolare riferimento all'Italia: P. Zerbi, tra Milano e Cluny. Momenti di vita e cultura ecclesiastica nel secolo XII, Roma, Herder, 1978; F. Dal Pino, il laicato italiano tra eresia e proposta pauperistico-evangelica nei secoli XI-XIII, Padova, CLEUP, 1984; Mariano D'Alatri, Eretici e inquisitori in Italia. I. Il Duecento, Roma, Istituto storico dei Cappuccini, 1986; G. Zanella, Itinerari ereticali: patari e catari tra Rimini e Verona, Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1986; L. Paolini, L'albero selvatico: eretici del Medioevo, Bologna, Patron, 1989; A. Vauchez, "Cura animarum". I laici nella Chiesa, in Storia del Cristianesimo. V. Apogeo del papato ed espansione della Cristianit (1054-1274), a cura di A. Vauchez, Roma, Boria/Citt Nuova, 1997, pp. 705-828. Utilissimo strumento bibliografico  quello di C.T. Berkhout-J.B. Russali, Medieval Heresies. A Bibliography (1900-1976), Toronto, Subsidia Mediaevalia, 1981.
Per i valdesi in particolare: I. Gonnet-A Molnr, Les vaudois au moyen ge, Torino, Claudiana, 1974. G.G. Merlo, Identit valdesi nella storia e nella storiografia, Torino, Claudiana, 1991.
Per gli umiliati: Sulle tracce degli Umiliati, a cura di M.P Alberzoni, A. Ambrosioni, A. Lucioni, Milano, Vita e Pensiero, 1997.
Per Gioacchino da Fiore: H. Grundmann, Gioacchino da Fiore. Vita e opere, Roma, Viella, 1997; G.L. Potest, Progresso della conoscenza teologica e critica del profetismo in Gioacchino da Fiore, in "Cristianesimo nella storia", 17 (1996), pp. 305-334.



Bibliografia

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Rapporti feudali processi

di ricomposizione politico-territoriale.

L'impero e l'Italia dei Comuni

16.1
Il movimento delle paci di Dio e la nascita della cavalleria

Il rinnovato dinamismo della societ europea, in piena crescita sul piano demografico ed economico, richiedeva condizioni di maggiore sicurezza per mercanti e contadini impegnati in grandi lavori di dissodamento. Per realizzarle, era necessario superare lo stato continuo di guerra, alimentato dall'esasperato particolarismo politico e dall'esuberanza delle famiglie dell'aristocrazia feudale, anch'esse toccate ovviamente dall'incremento delle nascite e quindi alle prese con il problema della sistemazione dei propri figli maschi.
Una prima risposta, in mancanza di una forte autorit regia, fu data, gi a partire dalla fine del Decimo secolo, dalla Chiesa attraverso il movimento delle paci di Dio, nato in Aquitania (Francia sud-occidentale), da dove si diffuse nel resto della Francia entro la met del secolo seguente. Ne furono protagonisti i vescovi, i quali organizzarono grandi assemblee pubbliche di clero e popolo, per promuovere una mobilitazione collettiva a difesa dell'ordine pubblico, ma soprattutto delle chiese, dei chierici, dei monaci nonch delle categorie pi deboli (donne, bambini, pellegrini, poveri). In quelle occasioni l'indice veniva puntato contro i violatori della pace, essenzialmente i signori detentori di castelli e i membri del loro seguito armato. Contro di essi venivano mobilitati, insieme al popolo, anche principi e signori contrari alla violenza, i quali trovavano, peraltro, nelle iniziative vescovili un'occasione per tentare di riprendere il controllo dei loro indocili vassalli.
Ben presto si cerc non solo di proteggere dalla guerra determinate categorie di persone e i beni delle chiese, ma anche di garantire a tutti una maggiore sicurezza, proibendo qualsiasi attivit bellica in determinati giorni, quali la domenica, le festivit religiose (che allora erano tantissime, poco meno di un centinaio) e i giorni precedenti, per cui teoricamente si poteva combattere solo in un paio di giorni alla settimana.
Ovviamente prescrizioni cos vincolanti furono rispettate solo in parte, anche perch di rado era possibile punire i trasgressori. Cionondimeno esse contribuirono, da un lato, a dare un'ulteriore legittimazione all'opera di principi e sovrani, impegnati nella difficile opera di coordinamento degli organismi di potere esistenti all'interno dei loro territori, dall'altro a reprimere in qualche misura i disordini, prospettando al ceto inquieto dei guerrieri l'ideale del cavaliere al servizio dei deboli e della fede cristiana. L'intervento della Chiesa nel disciplinare il ceto dei cavalieri (milites nei testi latini) avveniva, del resto, proprio in un periodo in cui gli stessi uomini di Chiesa stavano elaborando una compiuta visione della societ, divisa, come abbiamo visto, da Adalberone di Laon tra coloro che pregano (oratores), coloro che combattono (bellatores) e coloro che lavorano (laboratores). Gi abbiamo detto che questo schema non coglieva appieno la realt, perch era indubbiamente una forzatura - e lo sarebbe diventato sempre di pi con il passare del tempo mettere insieme contadini, mercanti e artigiani. Lo stesso si potrebbe dire per i bellatores, nei quali erano compresi tutti i laici armati, sia i potenti sia i semplici guerrieri a cavallo, che facevano parte del seguito dei primi.
Eppure in questo caso il modello di Adalberone di Laon funzionava, perch effettivamente coloro che combattevano a cavallo non solo si distinguevano nettamente dal resto del laicato e soprattutto dai contadini - disarmati (inermes) e soggetti ai signori, ma proprio nel corso del secolo Undicesimo andavano prendendo coscienza della loro particolare condizione sociale e giuridica. , infatti, questo il periodo in cui coloro che esercitavano funzioni militari e a vario titolo avevano poteri di comando e di governo si stavano chiudendo in un ceto privilegiato, la nobilt, cui si poteva accedere soltanto per volont del sovrano o di coloro che gi ne facevano parte. I suoi membri godevano di varii privilegi: erano esentati dal pagamento delle imposte per le terre che possedevano, dato che esse erano il corrispettivo delle funzioni militari e politiche che svolgevano; erano sottratti alla giustizia dei signori, perch avevano diritto ad essere giudicati solo da tribunali di loro pari; potevano tramandare ereditariamente la loro condizione giuridica.
A dare coesione a questo ceto, come si  detto, molto articolato al suo interno, contribu anche il modello di comportamento cavalieresco elaborato dagli ecclesiastici francesi, i quali nella seconda met del secolo Undicesimo trasformarono l'investitura (detta anche addobbamento), vale a dire la cerimonia di ingresso nella cavalleria, in un rituale a carattere religioso. Nel passato, infatti, tutto si risolveva nella semplice consegna della spada benedetta dal sacerdote; ora invece il neocavaliere il giorno precedente all'ordinazione doveva sottoporsi a un bagno purificatore e passare l'intera nottata in chiesa per una veglia di preghiera. Ovviamente non sempre questo cerimoniale fu rispettato, tanto pi che spesso l'investitura avveniva sul campo di battaglia, ma esso  prova assai chiara del carattere religioso che aveva ormai assunto quello che in origine era un semplice rito militare.
Nel corso del Dodicesimo secolo il codice di comportamento cavalieresco si venne ulteriormente arricchendo ad opera dei "giovani", vale a dire dei cavalieri non sposati e privi di feudi. Essi, alla perenne ricerca di un generoso signore e di un buon matrimonio, elaborarono l'ideale di una vita gioiosa e avventurosa, in cui trovavano posto, accanto a giostre e tornei, anche le conversazioni amorose e la lettura di poesie e romanzi cavaliereschi.

Risult cos completata e arricchita l'ideologia cavalieresca, che esercit un notevole fascino anche sulle altre classi sociali, soprattutto nell'Italia dei Comuni, dove, come vedremo tra poco, la borghesia fu perennemente attratta dallo stile di vita nobiliare.
Gli ideali cavaliereschi e cortesi (cio di corte), celebrati da poeti e scrittori, non devono per farci dimenticare che nella realt lo stile di vita dei cavalieri restava fortemente impregnato di violenza, soprattutto quello dei "giovani", sempre pronti a mettere a repentaglio la loro vita e quella degli altri, lanciandosi in qualsiasi impresa guerresca e vanificando le iniziative di pace dei vescovi. Il problema fu risolto in parte indirizzando l'aggressivit dei cavalieri al di fuori della Cristianit. In un concilio svoltosi nel 1054 a Narbona (nell'estrema Francia sud-orientale) si afferm, infatti, che non era lecito versare sangue cristiano, perch sarebbe stato come versare il sangue di Cristo stesso; il che costitu la premessa per la legittimazione del cavaliere come miles Christi e, in quanto tale, impegnato nella lotta contro gli infedeli e per la dilatazione dei confini della Cristianit.
Questo sviluppo dell'ideologia cavalieresca fu sperimentato attraverso le crociate in Oriente, in Spagna e nella Sicilia musulmana, trovando poi il suo punto di arrivo nella creazione degli ordini cavaliereschi.
Sulle crociate e sugli ordini cavaliereschi torneremo pi avanti. Qui ci preme piuttosto sottolineare ancora una volta che i vescovi, attraverso il movimento delle paci di Dio e il disciplinamento delle forze pi esuberanti della societ, sopperivano in sostanza alle carenze dell'ordinamento politico, che non era in grado di mantenere l'ordine nella societ.


APPROFONDIMENTI

Un gioco pericoloso: il torneo

La Francia fu la terra d'origine, oltre che della cavalleria, anche dello sport preferito dei suoi membri, soprattutto dei giovani non sposati: il torneo, definito appunto dai cronisti medievali "conflitto gallico". Ne sarebbe stato inventore, verso la met dell'XI secolo, un certo Goffredo di Previlly. Ben presto esso si diffuse nel resto dell'Europa feudale e, dopo la prima crociata, anche negli Stati cristiani dell'Oriente.
La definizione di sport, per quanto violento e pericoloso,  in verit impropria per il periodo anteriore agli inizi del Tredicesimo secolo. Allora, infatti, il torneo non consisteva nel duello tra una coppia di cavalieri in campo chiuso e con armi prive di punte, come avvenne pi tardi, ma in un vero e proprio combattimento, al quale partecipavano squadre di varie decine di cavalieri con relativi scudieri. Le differenze rispetto a un normale combattimento non erano molte: essenzialmente durata e luogo dello scontro, che erano prefissati, e possibilit di entrare e uscire a piacimento dalla mischia. Un'altra differenza potrebbe essere individuata nel fatto che abitualmente l'obiettivo non era quello di uccidere l'avversario, bens di farlo prigioniero, per chiedere poi un riscatto. Ma essa non  tale in senso assoluto, dato che erano tutt'altro che rari i casi in cui rivalit etniche e odi familiari trasformavano il torneo in una mischia furibonda con morti e feriti. A ci  da aggiungere che le battaglie dei secoli XI-XIII non erano molto pi cruente di certi tornei, dato che esse si risolvevano spesso in una serie di duelli tra cavalieri, i quali si riconoscevano dalle loro insegne e cercavano di ingaggiare combattimento con un avversario ricco e potente, con la speranza di farlo prigioniero e ottenere un adeguato riscatto.
Furono appunto questi esiti cruenti che, a partire dal Tredicesimo secolo, indussero i sovrani a intervenire, per evitare che i loro eserciti venissero privati di un numero eccessivo di cavalieri. Le autorit religiose, a loro volta, si erano poste il problema molto prima, arrivando nel Concilio di Reims del 1131 a proibire la sepoltura in terra consacrata ai caduti durante i tornei: una misura che, comunque, non valse a mettere fine a quell'antica festa crudele, come  stata chiamata da Franco Cardini, che anzi divenne sempre pi fastosa ed eccitante, al punto da coinvolgere anche gli uomini di Chiesa, se dobbiamo credere ai canoni di un concilio tenutosi nel 1287 a Wrzburg, in Germania, che proib agli ecclesiastici di partecipare ai tornei.


16.2
I rapporti feudo-vassallatici come rinnovato strumento di governo

Quando, nel corso del Dodicesimo secolo, anche sul piano pi propriamente politico si avvi una lenta ripresa e si tent di coordinare e disciplinare la congerie dei poteri locali, lo strumento sul quale si fece leva furono proprio quei rapporti feudo-vassallatici che nell'opinione corrente ne sono considerati la causa principale. In realt essi erano suscettibili di utilizzazione diversa, a seconda del contesto politico, culturale ed economico-sociale in cui venivano impiegati. Nell'Europa del IX-X secolo, priva degli strumenti culturali e materiali per far funzionare grandi organismi politici, furono utilizzati, come si  detto, per creare intorno a sovrani, principi territoriali e signori locali clientele armate, che garantissero loro il sostegno militare per attuare un minimo di controllo in ambiti territoriali assai limitati. A partire dalla seconda met del secolo XI, invece, i rapporti feudo-vassallatici persero il carattere esclusivamente militare che avevano avuto in origine, per trasformarsi soprattutto in strumenti di governo e di coordinazione politica nell'ambito di territori pi vasti.



L'impero e l'Italia dei Comuni

All'origine di questa trasformazione, che tra Undicesimo e Dodicesimo secolo era solo una linea di tendenza, c'erano, oltre al rinnovato dinamismo e alle nuove esigenze della societ europea, di cui gi si  parlato, almeno altri due fattori: il pieno riconoscimento anche sul piano giuridico-formale dell'ereditariet dei feudi e la nascita del diritto feudale ad opera soprattutto di giuristi di area lombarda, che giunsero nella prima met del Dodicesimo secolo a compilare una raccolta organica di formule e pratiche giuridiche, note come Libri Feudorum. Furono essi a creare il "sistema feudale", definendo il ruolo dei rapporti feudo-vassallatici all'interno dell'ordinamento dello Stato. Vediamo in dettaglio di che si tratta.
Come si ricorder, nel 1037 l'imperatore Corrado Secondo aveva sancito l'ereditariet dei feudi, nei fatti gi operante da tempo. Questo significava che ormai il feudo faceva parte del patrimonio del vassallo e non poteva essere pi sottratto n a lui n ai suoi discendenti, a meno che un tribunale di pari non lo avesse riconosciuto colpevole di fellonia, ossia di tradimento. A ci  da aggiungere che con il passare del tempo il legame personale tra signore e vassallo si era venuto sempre pi allentando, per cui la cerimonia dell'investitura si era andata configurando come un atto puramente formale. L'assoluta garanzia nel possesso del feudo, che veniva cos ad essere assimilato all'allodio, cio al bene in piena propriet, e la possibilit per un grande proprietario fondiario o per il proprietario di un castello di stabilire un collegamento con un signore pi forte, senza che questo comportasse una diminuzione di potere e di prestigio nell'ambito delle proprie terre, crearono le condizioni per un'ulteriore diffusione dei rapporti feudali. Questi conobbero, pertanto, il massimo di espansione proprio tra Undicesimo e Tredicesimo secolo non solo per il fatto che furono allora "esportati", in seguito a guerre di conquista, in nuovi territori (Inghilterra, Italia meridionale, Medio Oriente), ma anche perch conobbero un pi esteso impiego proprio l dove erano nati o erano conosciuti da tempo (Francia, Italia, Germania).
A questo esito contribuirono, come si  accennato, i giuristi. Sull'onda della riscoperta del diritto romano e della codificazione del diritto canonico essi avviarono una profonda riflessione sulla natura e sulle attribuzioni del potere pubblico. Arrivarono, cos, a individuare nello Stato la fonte del diritto e di ogni potere, per cui l'esercizio di qualsiasi funzione di comando e di qualsiasi potest legislativa non era concepibile senza una formale delega da parte dell'autorit sovrana. Il problema era allora quello di conciliare i risultati della riflessione giuridica con una realt politica assai frantumata, che vedeva l'esistenza di poteri privi di legittimazione e di coordinamento. Furono i giuristi stessi a indicare una soluzione attraverso il feudo oblato o fief de reprise, come si diceva in Francia.
Si trattava di terre, fortezze e giurisdizioni tenute in allodio, che ora il proprietario donava a un signore, per riaverle in feudo dopo aver prestato omaggio.
Che senso aveva un'operazione del genere? Il proprietario, diventando vassallo, si trovava ad avere delle terre non pi in propriet piena, ma gravate di servizi a favore del signore. Questo danno era per assai lieve, perch ormai, come si  detto, il feudo era simile all'allodio e quindi trasmissibile normalmente agli eredi. I servizi di cui ora risultava gravato erano inoltre poco impegnativi, perch l'aiuto militare, quando era richiesto, non poteva durare pi di quaranta giorni, passati i quali era il signore a dover provvedere al mantenimento del vassallo e del suo seguito.
Ma la cosa pi interessante, che mostra chiaramente quanto sia fuorviante parlare genericamente di rapporti feudali nel Medioevo,  che gi nel corso del secolo Undicesimo  documentata l'esistenza in Lombardia di feudi sine servitio o sine fidelitate, vale a dire di feudi, per i quali i vassalli non dovevano il servizio militare. Si tratta di un autentico paradosso.
I rapporti vassallatico-beneficiari, nati dallo sviluppo delle clientele armate, erano arrivati a perdere addirittura la loro originaria funzione militare. Questo non significa, ovviamente, che i vassalli non fossero pi tenuti al servizio militare, che invece rimase in vigore ancora a lungo.  significativo, tuttavia, che alcuni ne fossero esentati e che esso si configurasse, in ogni caso, non pi come dedizione totale e illimitata al signore, ma come un obbligo ben definito dal diritto feudale e, col passare del tempo, sempre pi sostituito da una tassa in denaro (ci ritorneremo nei prossimi capitoli). A che cosa serviva allora un feudo senza servizio militare? Serviva a creare un raccordo di tipo politico tra un sovrano, un principe o un qualsiasi signore impegnato nella costruzione di un pi vasto dominio territoriale e signori minori, capaci di imporsi in ambito locale, ma che ora sentivano l'esigenza di raccordarsi a poteri pi forti, quando non vi erano addirittura costretti con la forza. Il vantaggio era reciproco. Il vassallo si legava a un signore potente, che gli chiedeva poco: riconoscere in lui la fonte del suo potere, non schierarsi dalla parte dei suoi nemici e prestargli, quando non ne era esentato, un servizio militare non gravoso o una tassa sostitutiva. Il signore non acquisiva il dominio diretto dei territori riconosciuti come feudo del suo vassallo, ma in compenso affermava su di essi la sua superiore autorit e creava le premesse per il futuro consolidamento del suo potere.
Il processo -  bene ribadirlo ancora una volta - fu assai lento ed ebbe nei varii paesi modalit e tempi diversi, portando al coordinamento di tutte le signorie feudali (adesso possiamo a giusto titolo definirle cos), ora intorno a un sovrano (Inghilterra, Italia meridionale, Spagna, Portogallo), ora intorno a un principe territoriale o a uno Stato di (Francia, Germania e Italia centro-settentrionale). Nasce cos l'immagine della piramide feudale, vale a dire della societ in cui la delega dei poteri procede dal vertice verso il basso, fino a raggiungere, attraverso valvassori e valvassini, i ceti rurali. Si tratta di un'immagine elaborata da giuristi e intellettuali del Dodicesimo secolo, che per non rimase confinata nei libri, dato che forn ai principi il presupposto teorico della loro politica di ricostruzione dello Stato. Niente invece autorizza a estenderla ai secoli precedenti, nei quali non esisteva n una delega ordinata di poteri dall'alto in basso n la cultura giuridica capace di codificarla.
Tempi diversi, si diceva. L'efficacia dei rapporti feudali come strumento di governo sperimentata in maniera abbastanza precoce in Inghilterra e in Italia meridionale ad opera dei Normanni, discendenti di quei Vichinghi che si erano stabiliti in Normandia agli inizi del Decimo secolo, creandovi una salda dominazione territoriale, che attraverso una rete di raccordi feudali faceva capo al duca. Per chiarezza espositiva preferiamo, per, parlarne in un apposito capitolo, dedicato alle monarchie dell'Europa occidentale, e concentrarci qui su una realt particolare, quella dei Comuni dell'Italia centro-settentrionale, anch'essi in varia misura coinvolti nelle dinamiche politiche di cui ci stiamo occupando.


16.3
Le origini dei Comuni italiani

In Italia le comunit cittadine non erano formate solo da mercanti e artigiani, ma anche da esponenti della piccola e media nobilt, dotata di beni fondiari e, non di rado, di diritti giurisdizionali su villaggi e terre delle campagne circostanti. Si trattava spesso di feudi della chiesa vescovile, i cui titolari, a differenza dei feudatari non residenti in citt, erano in stretto contatto con il loro signore, il vescovo, aiutandolo nell'espletamento delle sue funzioni pubbliche (amministrazione della giustizia, riscossione di imposte, manutenzione delle mura, difesa militare). La situazione politica all'interno della citt era per tutt'altro che chiara, perch le funzioni pubbliche non erano svolte tutte dal vescovo, ma erano per lo pi ripartite tra diversi soggetti politici: il vescovo e il conte innanzitutto, ma a volte anche il capitolo cattedrale e i grandi monasteri urbani. A complicare le cose interveniva il protagonismo della comunit cittadina, che riusciva sempre in qualche modo a far sentire la sua voce sia alle autorit locali sia allo stesso potere sovrano.
Un quadro politico-istituzionale cos frammentato, se consent alle forze sociali di svilupparsi in maniera abbastanza libera, si rivel a un certo punto inadeguato a disciplinare le tensioni sociali e i contrasti familiari che inevitabilmente sorgevano all'interno di comunit cittadine sempre pi numerose e composite. All'incremento naturale della popolazione urbana e al diversificarsi delle attivit artigianali e mercantili si aggiungeva, infatti, l'immigrazione dalla campagna sia di contadini sia di esponenti della nobilt.
Questi ultimi soprattutto non vi si trasferivano per trovare lavoro, ma per incrementare il loro prestigio e la loro ricchezza, conservando naturalmente quelle tradizioni militari e quelle attitudini al comando, che non li mettevano nelle condizioni migliori per contribuire al mantenimento della quiete pubblica.
Esemplare al riguardo  il caso di Milano, cui gi abbiamo avuto occasione di fare riferimento parlando del contrasto tra l'imperatore Corrado Secondo e l'arcivescovo Ariberto d'Intimiano. Qui nella prima met del secolo Undicesimo i grandi vassalli della chiesa arcivescovile (capitanei), spalleggiati da Ariberto, si erano contrapposti ai piccoli feudatari (valvassores), che chiedevano l'ereditariet dei loro feudi; e gi sappiamo che le loro rivendicazioni furono accolte dall'imperatore Corrado Secondo Successivamente per capitanei e valvassores, indicati nelle fonti come milites (maggiori e minori), si trovarono tutti insieme schierati contro il popolo, che, stanco delle loro violenze e dei loro soprusi, si era sollevato sotto la guida di Lanzone, un capitaneus passato dalla parte popolare. Ne nacquero scontri nelle piazze e nelle strade, che costrinsero l'arcivescovo e i milites a lasciare temporaneamente la citt, dove fecero ritorno solo quando fu possibile giungere a una pace giurata tra tutte le parti in conflitto. Si trattava tuttavia di un equilibrio assai precario, reso ancora pi fragile dalle tensioni religiose e politiche, provocate dal movimento di riforma della Chiesa e dalla conseguente lotta per le investiture.
Quest'ultima in particolare si rivel un'occasione assai favorevole allo sviluppo delle autonomie cittadine, data la necessit in cui si trovarono imperatori e pontefici di guadagnarsi il sostegno delle comunit locali, in favore delle quali largheggiarono in concessioni e privilegi. Non  un caso perci che proprio nel vivo della lotta per le investiture, nel 1097, appaia documentata per la prima volta a Milano la nuova magistratura dei consoli, espressione di un nuovo ordinamento politico. Era accaduto che, approfittando dell'indebolimento del potere vescovile, contestato dai riformatori, e facendosi interprete del desiderio di pacificazione interna, largamente diffuso nel popolo, alcune famiglie pi in vista avevano dato vita a un'associazione giurata (coniuratio), per garantire appunto la pace all'interno della citt, assumendone direttamente il governo.
Contemporaneamente fu eletta una magistratura collegiale, denominata Consolato, che nel 1130 contava ventitre membri. Di essi ben diciotto sono qualificati come capitanei o valvassores e cinque come semplici cives (cittadini). Questo dimostra che gli esponenti dell'aristocrazia feudale, a vario titolo legata al vescovo, costituivano il nucleo pi forte del nuovo ceto dirigente comunale. Di esso facevano parte, sia pur in posizione largamente minoritaria, anche esponenti del mondo mercantile e di quello delle professioni, mentre ne era totalmente escluso il resto del popolo (quello che sar in seguito indicato come popolo minuto, per distinguerlo dal popolo grasso, formato dai grandi mercanti). I consoli per, se provenivano da un gruppo ristretto di famiglie, non erano espressione di un'associazione privata, ma, contrariamente a quel che si  creduto nel passato, rappresentavano l'intera citt, tanto  vero che ancora a lungo dopo il 1097 sono designati nei documenti come consules civitatis (consoli della citt) e non del Comune (termine che invece compare pi tardi, poco prima della met del Dodicesimo secolo).


16.4
Il Comune consolare

La nascita del Comune avvenne in ogni citt con modalit particolari, che non coincidono appieno con l'esempio fornito da Milano. Non essendo possibile fare una casistica completa, basta indicare alcuni elementi comuni. Innanzitutto, il periodo in cui compaiono le nuove istituzioni comunali coincide con il quarantennio 1080-1120, vale a dire il periodo della lotta per le investiture. In alcuni casi i consoli sono documentati qualche anno dopo, ma si tratta quasi certamente di un fatto casuale, dovuto alla perdita dei documenti pi antichi. Si veda, a titolo esemplificativo, il prospetto seguente:

Pisa	1081		Cremona	1112
Biandrate	1093	Lucca	1115
Asti		1095	Bergamo	1117
Milano	1097	Bologna	1123
Arezzo	1098	Piacenza	1126
Genova	1099	Mantova	1126
Pistoia	1105	Modena	1135
Ferrara	1105	Verona		1136

L'iniziativa appare in genere nelle mani del ceto aristocratico, ma in alcune citt della Toscana e del Piemonte a pi intenso sviluppo mercantile sembra che sia stato prevalente il ruolo degli esponenti del mondo commerciale e imprenditoriale. Dovunque, tuttavia, il termine consulares fu usato per indicare il gruppo ristretto di famiglie, aristocratiche o borghesi che fossero, da cui provenivano i consoli. Va precisato, del resto, che in questo periodo i gruppi consolari non formavano un ceto chiuso, dato che in esso potevano entrare sia i nobili immigrati dalle campagne sia gli esponenti pi facoltosi del mondo mercantile. La chiusura avverr tra Dodicesimo e Tredicesimo secolo, quando ci sar una notevole crescita del ceto mercantile e artigianale, che le famiglie al potere tenteranno di tener fuori dalle stanze del potere. Ci ritorneremo tra poco; qui va ribadito ancora una volta che i consoli si ripromettevano di curare gli interessi di tutta la citt e non solo del gruppo sociale di cui erano espressione; il che spiega perch essi godessero, in questa fase, del consenso di tutta la comunit cittadina.
Altri elementi che si ritrovano sostanzialmente uguali dappertutto sono gli organismi di governo, le modalit delle elezioni e la durata delle cariche.
Gli organi di governo erano dovunque l'Arengo, cio l'assemblea generale dei cittadini, cui spettava decidere in merito ai problemi di interesse generale, e il Collegio dei consoli, cui spettava il potere esecutivo. I consoli restavano in carica per un periodo assai breve (sei mesi o, al massimo, un anno), per evitare l'affermarsi di regimi di tipo personale; il che consentiva una continua rotazione e quindi l'arrivo al vertice del potere di tutti gli esponenti delle famiglie che avevano il controllo del Comune. All'inizio, quando l'Arengo era formato solo da coloro che avevano preso l'iniziativa di sostituirsi alle autorit locali dando vita al Comune, l'elezione dei consoli venne fatta per acclamazione.

Quando per nell'assemblea vennero ammessi tutti i capifamiglia della citt, la situazione si complic enormemente, per cui si resero necessarie alcune innovazioni di carattere istituzionale. Innanzitutto l'assemblea generale fu sostituita da due consigli: il Consiglio maggiore, con potere deliberativo, e un ristretto Consiglio minore (detto anche Consiglio di credenza o Consiglio degli anziani), che affiancava i consoli nell'esercizio delle loro funzioni. Le modalit dell'elezione variavano da una citt all'altra, ma tutti i sistemi elettorali erano congegnati in maniera da garantire il predominio dei notabili. Fu riformata anche l'elezione dei consoli, fatta ora non pi direttamente dal Consiglio maggiore, ma attraverso due o tre gradi intermedi, e sempre garantendo il monopolio politico delle famiglie dominanti.
Un ultimo elemento, sul quale  necessario fare chiarezza,  quella che potremmo definire l'ambiguit dell'ordinamento comunale delle origini. Il Comune era indubbiamente un fatto nuovo, ma esso non nasceva da una rivoluzione violenta contro l'assetto politico e istituzionale precedente. Anzi, i notabili, che ne avevano il controllo, gi da tempo svolgevano funzioni di governo in quanto collaboratori del vescovo o del conte, rispetto ai quali, del resto, i nuovi organismi dirigenti restavano in una situazione giuridica non ben definita. Particolarmente ambiguo era il rapporto con il vescovo, le cui prerogative giurisdizionali venivano progressivamente ridimensionate all'interno della citt, ma strenuamente difese al di fuori di essa e nel resto del territorio della diocesi, dove per allora il Comune poteva far arrivare la sua influenza solo operando a sostegno dell'autorit vescovile.
Un altro canale di comunicazione con il mondo rurale era rappresentato dall'aristocrazia cittadina. Essa non solo era dotata di beni fondiari e diritti giurisdizionali sui contadini, ma spesso era legata ai signori feudali e agli agenti regi o comitali da rapporti di parentela, grazie ai quali riusciva a risolvere pi facilmente conflitti di competenza e contrasti, inevitabili in una fase di cos intensa sperimentazione politica. D'altra parte a spingere decisamente il Comune verso il controllo del contado erano anche mercanti e artigiani, interessati a estendere il raggio delle loro attivit e quindi a eliminare gli ostacoli frapposti alla libera circolazione delle merci dal groviglio delle giurisdizioni locali, spesso in concorrenza tra di loro. Si trattava di interessi, di cui il ceto dominante era disposto a farsi portatore, perch la sua egemonia era legata appunto alla capacit di interpretare i bisogni dell'intera comunit cittadina.
In questo proiettarsi verso le campagne circostanti, per affermare la sua autorit sull'intero territorio diocesano, il Comune si inseriva in quel pi ampio processo di superamento del particolarismo politico alto-medevale, allora in atto dovunque in Europa.
Anche in questo caso per tempi e modi furono diversi da una citt all'altra. In generale pu dirsi che una politica sistematica di sottomissione del contado si ebbe solo sul finire del Dodicesimo secolo, ma qualche Comune economicamente pi florido e con un ceto dirigente particolarmente esuberante e ricco di tradizioni militari si avvi con largo anticipo in questa direzione.  il caso di Milano, che non si content di sottomettere i grandi feudatari dei dintorni, ma cerc gi nei primissimi anni del secolo Dodicesimo di impadronirsi di territori appartenenti alle citt limitrofe (Lodi, Como, Pavia, Novara), creando i presupposti per l'intervento del potere imperiale, una volta che questo fu in grado di far sentire di nuovo la sua presenza in Italia.


16.5
Federico Barbarrossa e i Comuni italiani

L'autorit imperiale, come si ricorder, era uscita fortemente scossa dalla lotta con il papato.
Il concordato di Worms del 1122 formalmente era un compromesso, ma nella sostanza privava l'impero del suo carattere sacro, costringendolo a trovare altre basi teoriche, sulle quali fondare la sua esistenza. Queste basi furono fornite ancora una volta dalla cultura giuridica del tempo non solo attraverso la pi precisa definizione dei rapporti feudali, di cui abbiamo gi parlato, ma anche grazie a una rinnovata concezione del potere imperiale, fondato ora anche sul diritto romano e non pi soltanto su motivazioni religiose.
Protagonista di questa svolta fu Federico I, detto in Italia Barbarossa; prima per di parlare di lui,  necessario fare un passo indietro e tornare rapidamente all'imperatore Enrico V.
Anch'egli, al pari dei suoi predecessori, non era riuscito ad assicurare in maniera definitiva alla sua dinastia la successione al trono di Germania, per cui alla sua morte i principi tedeschi ignorarono la sua designazione di un esponente della casata sveva degli Hohenstaufen ed elessero Lotario di Supplimburgo, della casa di Baviera (1125-1137).
Alla morte di questi i principi fecero ugualmente valere le loro prerogative, rifiutando l'elezione del genero di Lotario, Enrico di Baviera, e scegliendo questa volta un esponente della casa degli Hohenstaufen, Corrado Terzo (1137-1152). I due schieramenti, che cos vennero a delinearsi all'interno della grande nobilt tedesca, presero il nome di ghibellino (dal castello svevo di Weiblingen) e guelfo (dal castello bavarese di Welf). La situazione di equilibrio creatasi tra di loro, con la prevalenza ora dell'uno ora dell'altro, contribuiva a indebolire ulteriormente il potere imperiale, il quale non fu in grado neanche di avvalersi delle prerogative in materia di elezione dei vescovi, previste dal concordato di Worms per la Germania.
La situazione cominci a sbloccarsi il 4 marzo del 1152, quando i principi tedeschi, accogliendo la raccomandazione di Corrado III, elessero re di Germania e designarono come imperatore il duca di Svevia, Federico, la cui madre Giuditta apparteneva alla casa dei duchi di Baviera. Il giovane sovrano, assistito dallo zio e futuro biografo, il vescovo Ottone di Frisinga, mostr subito di voler ridare forza all'autorit imperiale, utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione. Come prima cosa indisse per l'anno seguente una dieta a Costanza (oggi in Svizzera), alla quale parteciparono anche i legati del pontefice Anastasio Quarto (1153-1154). In quell'occasione Federico espresse la sua convinzione che potere politico e potere spirituale dovessero collaborare su un piano di parit e ribad i suoi diritti in materia di elezione dei vescovi tedeschi. Nello stesso tempo assicur di voler garantire il prestigio e la potenza della Chiesa romana, ottenendo in cambio la promessa del pontefice di incoronarlo imperatore a Roma.
A Costanza comparvero anche due inviati della citt di Lodi, venuti a implorare la giustizia imperiale contro la prepotenza dei Milanesi, che, dopo aver distrutto la citt rivale, ne impedivano la riedificazione. La richiesta, alla quale si aggiunsero ben presto quelle di altre citt lombarde ugualmente minacciate dall'espansionismo di Milano, costrinse l'imperatore a volgere subito la sua attenzione all'Italia, dove lo sviluppo delle autonomie comunali aveva creato una situazione che la corte imperiale faceva fatica a capire, perch del tutto diversa rispetto a quella della Germania. Qui infatti lo sviluppo delle citt non arrecava pregiudizio all'autorit imperiale, che anzi lo favoriva come contrappeso alla forza della feudalit, ma sempre riservando ai propri funzionari ampi margini di intervento in ambito amministrativo e giudiziario. In Italia invece citt come Milano si arrogavano poteri di competenza del sovrano non soltanto nell'ambito del territorio urbano, ma anche all'esterno di esso, muovendo guerra ad altri sudditi dell'impero.
Sviluppi di questo genere erano incompatibili con l'ambizioso programma politico di Federico, che si articolava sui seguenti punti: utilizzazione dei legami feudali sia in Germania sia in Italia, per disciplinare e coordinare tutti i poteri signorili esistenti sul territorio; saldo governo delle terre direttamente dipendenti dalla Corona, utilizzando funzionari di origine servile, di provata fedelt (ministeriales); rinnovato controllo sulla Chiesa tedesca e sulle citt imperiali della Germania; recupero degli jura regalia (regalie), vale a dire dei diritti inalienabili del potere regio (amministrazione della giustizia, difesa del territorio, riscossione delle imposte). L'ultimo punto, paradossalmente, trovava un sostegno proprio nella cultura giuridica allora in piena fioritura nelle citt comunali italiane, e soprattutto a Bologna, dove i giuristi andavano elaborando, sulla scorta del diritto romano, l'idea di un ordinamento pubblico basato sulla legge e quindi autonomo rispetto a quello ecclesiastico.
Nell'ottobre del 1154 il Barbarossa era gi in Lombardia, dove indisse una dieta a Roncaglia, presso Piacenza. Gli ambasciatori di Milano vi si presentarono con una grossa somma di denaro, sperando di poter ottenere il riconoscimento dei diritti regi (regalie), che il Comune esercitava da tempo nonch la signoria su Como e Lodi. Federico non solo rifiut l'offerta, ma mise la citt al bando, privandola di tutte le regalie. Non sentendosi per in grado di imporre la sua volont con la forza, si limit a distruggere Tortona, alleata dei Milanesi, che invano cercarono di difenderla (19 aprile 1155). Si diresse quindi verso Roma, per cingere la corona imperiale. Prima dell'incoronazione, cos come era stato convenuto con il pontefice, abbatt il regime comunale formatosi a Roma nel 1143 e allora capeggiato da Arnaldo da Brescia, un riformatore legato alla tradizione patarinica, il quale contestava il potere temporale dei papi. Arnaldo, gi da qualche tempo in contrasto con i gruppi dirigenti del Comune per il suo radicalismo religioso ritenuto dannoso per la citt, la cui economia ruotava intorno all'attivit della curia pontificia, venne a trovarsi isolato, per cui fu arrestato e messo al rogo. Nel settembre del 1155 Federico valicava le Alpi e faceva ritorno in Germania. Nel 1158 era per di nuovo in Italia, e questa volta alla testa di un grande esercito e con le idee pi chiare.


16.6
Dalla rottura con il papato alla pace di Costanza

La prima iniziativa del Barbarossa consistette nella convocazione di una seconda dieta, sempre a Roncaglia. Vi furono invitati anche i quattro famosi dottori dell'Universit di Bologna (Bulgaro, Ugo, Martino e Jacopo), ai quali Federico chiese di indicargli con precisione i diritti regi. L'elenco fornito dai giuristi, che fu poi inserito nella Costituzione sulle regalie (Constitutio de regalibus), emanata dall'imperatore, era molto lungo. Comprendeva, tra l'altro, il diritto di battere moneta, di nominare magistrati, di imporre tasse, pedaggi, imposte sul commercio, sulla pesca, sulle saline e sulle miniere d'argento, di riscuotere multe, di incamerare i patrimoni rimasti senza legittimi proprietari, di imporre lavori per riparare e difendere propriet pubbliche. Si trattava di diritti, di cui i Comuni si erano appropriati da tempo e che l'imperatore era anche disposto a lasciare loro in godimento, ma a patto che versassero per essi un tributo annuo e riconoscessero nell'impero la fonte di tutti i poteri. In base allo stesso principio eman anche una Costituzione sulla pace (Constitutio pacis), con la quale proib le leghe tra le citt e le guerre private. Pass infine a occuparsi sia dei distretti pubblici (contee, marche e ducati), di cui rivendic la dipendenza dal potere regio, proibendone la divisione, sia di quei beni allodiali, ai quali era connesso l'esercizio di giurisdizioni signorili.
Per essi stabil che i proprietari o i loro eventuali acquirenti potevano continuare a detenerli, ma a patto di ottenere il beneplacito dell'imperatore, instaurando con lui un rapporto di tipo feudale.
Come si vede, egli vagheggiava uno Stato nel quale tutti i poteri, sia quelli gestiti dai funzionari pubblici sia quelli esercitati dalle magistrature comunali e dai signori locali, derivassero dall'imperatore. N si trattava solo di un'enunciazione di principi astratti.
Funzionari imperiali furono inviati dappertutto, per ricevere dai signori l'omaggio vassallatico, per esigere dalle citt i tributi spettanti all'impero e per assumere, in qualit di podest, il controllo diretto dei Comuni pi riottosi. Nello stesso tempo il Barbarossa, richiamandosi ai poteri di natura pubblica di cui godevano molti ecclesiastici, tent di imporre loro un controllo che andava al di l delle prerogative che gli spettavano in base al concordato di Worms.
Il risultato di quest'impegno a vasto raggio per la restaurazione dell'autorit imperiale fu la formazione di un grande movimento di opposizione, di cui facevano parte non solo numerosi Comuni lombardi e veneti, ma anche il pontefice Alessandro Terzo (1159-1181). La reazione dell'imperatore fu assai dura: ad Alessandro III, costretto a fuggire in Francia, fu contrapposto l'antipapa Vittore Quarto (1159-1164); Milano fu assediata e alla fine rasa al suolo (1162); ma questo non valse a fiaccare la resistenza dei Comuni. Gi nel 1164 quelli del Veneto diedero vita alla Lega veronese, seguiti poco dopo dalla Lega cremonese, che faceva capo proprio a Cremona, un tempo fedele all'imperatore, dal quale aveva ottenuto numerose regalie, in cambio del versamento di un tributo annuo di duecento marche d'argento. Dalla loro fusione nacque la Societas Lombardiae, vale a dire la Lega lombarda, sancita dal famoso giuramento di Pontida del 7 aprile 1167. Ad essa si colleg lo stesso Alessandro III, in onore del quale i Comuni chiamarono Alessandria la citt costruita in posizione strategica, per tenere a bada i conti di Biandrate e il marchese del Monferrato, schierati dalla parte dell'impero.
Proprio contro Alessandria il Barbarossa concentr i suoi sforzi, ma non riusciva ad averne ragione. Nel frattempo la situazione in Germania si faceva difficile a causa della riottosit dei feudatari, capeggiati dal suo antico rivale Enrico il Leone, con il quale l'imperatore aveva inutilmente cercato un accordo, concedendogli il ducato di Baviera. Nella primavera del 1176 decise pertanto di interrompere l'assedio e di fare ritorno in Germania, ma durante il viaggio fu investito dall'esercito della Lega, superiore di numero, e rovinosamente sconfitto a Legnano. A quel punto l'imperatore, visti i non brillanti risultati militari fino ad allora conseguiti, punt su una soluzione di tipo diplomatico, per spezzare il fronte dei suoi oppositori. Giunse cos a un accordo con il pontefice, impegnandosi ad abbandonare l'antipapa e a restituire alla Chiesa di Roma i territori e le regalie, di cui si era impadronito. Alessandro III, a sua volta, si impegn a convalidare tutti gli atti di natura ecclesiastica compiuti in Germania durante il recente scisma e a fare dal mediatore con i Comuni. Questi per non gradirono affatto il voltafaccia del pontefice, di cui rifiutarono la mediazione. Si giunse pertanto l'anno dopo a Venezia soltanto alla stipula di una tregua di sei anni, che consent all'imperatore di dedicarsi finalmente ai problemi della Germania.
Un trattato di pace fu possibile stipularlo solo sei anni dopo, nel 1183, a Costanza, Si tratt di un compromesso, che, da una parte, salvaguardava il principio che tutti i poteri pubblici derivavano dall'imperatore, dall'altra garantiva ai Comuni della Lega le regalie di cui gi godevano da tempo, tra cui il diritto di costruire fortezze e di unirsi in leghe.
I Comuni si impegnavano, in cambio, a versare un'indennit una tantum di 15.000 lire nonch un tributo di 2.000 lire all'anno, a corrispondere all'imperatore il fodro (in origine il foraggio per i cavalli, ora un'imposta sostitutiva) in occasione della sua venuta in Italia e a consentire il ricorso al tribunale imperiale contro le sentenze emesse dai giudici cittadini. Per quanto riguardava la controversa questione dei consoli, fu stabilito che essi, liberamente eletti dai cittadini, dovessero ricevere ogni cinque anni investitura formale da parte dell'imperatore, a meno che non vi provvedesse gi il vescovo, nelle citt in cui questi era titolare di poteri pubblici.
Lasciando per ora da parte Federico Barbarossa, di cui torneremo a occuparci a proposito delle crociate, vediamo i riflessi della pace di Costanza sulla vita interna dei Comuni.


16.7
L'evoluzione sociale e istituzionale dei Comuni

Le concessioni fatte dal Barbarossa a Costanza erano destinate -  bene ribadirlo - solo alle citt della Lega, cio a Vercelli, Novara, Milano, Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Modena, Reggio, Parma e Piacenza.
Esse finirono, tuttavia, ben presto per essere considerate valide per tutti i Comuni, i quali vennero cos a configurarsi come organismi politico-amministrativi pienamente legittimi e inseriti nella struttura dell'impero. Questo inserimento, d'altra parte, non comportava affatto una riduzione della loro autonomia, tanto pi che dopo la morte di Federico Barbarossa nel 1190 e di suo figlio Enrico Sesto nel 1197 l'autorit imperiale conobbe un lungo periodo di crisi. I Comuni ne approfittarono per consolidare definitivamente le loro istituzioni e per avviare una sistematica sottomissione del contado.
Innanzitutto furono definiti i rapporti con il vescovo, il quale fu estromesso da ogni giurisdizione civile, ma non senza resistenze e contrasti: il vescovo di Bologna, ad esempio, abbandon la citt, scomunicandola tre volte tra il 1215 e il 1232. Si provvide contemporaneamente a dotare la citt di edifici pubblici, che furono costruiti spesso lontano dalla cattedrale, per rendere evidente la laicizzazione delle istituzioni comunali e la loro autonomia rispetto all'antico potere vescovile. Si provvide inoltre alla redazione di un codice di leggi (Statuti), avvalendosi dell'apporto di giudici, notai ed esperti di diritto in generale, il cui ruolo cresceva di importanza man mano che la vita del Comune si faceva sempre pi complessa.
Il consolidamento delle istituzioni comunali procedeva di pari passo con il progredire della sottomissione del contado, che fu attuata in maniera sistematica e ricorrendo a strumenti diversi. I detentori di fortezze e di diritti signorili dovettero riconoscersi vassalli del Comune e risiedere una parte dell'anno in citt, in modo da essere tenuti sotto controllo. Con i pi potenti, quando non fu possibile eliminarli con la forza, si cerc di stipulare patti di alleanza, non di rado sotto forma anche di ingaggi militari, dato che il Comune aveva bisogno per la sua difesa dei contingenti armati dei signori feudali.

Uno strumento efficace di controllo del territorio, soprattutto nelle zone di confine con altri Comuni e con signorie fondiarie, fu rappresentato dai borghi franchi. Si trattava di insediamenti fortificati di nuova fondazione, i cui abitanti godevano di facilitazioni fiscali e di aiuti di vario genere, perch impegnati nella valorizzazione di terre incolte e nella loro difesa da attacchi esterni. Essi erano autorizzati anche a darsi ordinamenti di tipo comunale, sulla base del modello del Comune rurale, che proprio nel corso del Dodicesimo secolo si stava diffondendo dovunque. All'origine del fenomeno c'era sia la tendenza naturale a imitare la citt sia il dinamismo dei ceti rurali, che, come abbiamo visto, dovunque in Europa erano allora impegnati a strappare ai signori fondiari migliori condizioni di lavoro e pi ampi spazi di libert.
La novit pi significativa di questa seconda fase della vita dei Comuni fu tuttavia la sostituzione della magistratura collegiale dei consoli con il podest, talch si parla appunto di fase podestarile. Il cambiamento istituzionale era espressione di processi pi profondi, che intanto erano avvenuti all'interno della societ comunale. Questa, come si  detto, si andava facendo sempre pi complessa. Le attivit produttive e mercantili si potenziavano grazie all'apporto di operatori economici consapevoli della loro forza e quindi non pi disponibili a lasciare la gestione delle cariche pubbliche completamente nelle mani della vecchia classe aristocratica. Questa, d'altra parte, un tempo aperta ad accogliere estranei al proprio interno, cominciava a chiudersi man mano che cresceva il numero dei nuovi ricchi e dei nobili del contado, che si trasferivano in citt e volevano anch'essi avere un ruolo politico. Si formarono cos due schieramenti, quello della nobilt e quello del popolo. I due termini fanno pensare fondamentalmente a un contrasto di classe, essendo in genere, i nobili, detentori di beni fondiari e i popolani mercanti e artigiani. La realt era per pi complessa, perch della nobilt facevano parte anche mercanti arricchiti e del popolo i nobili da poco immigrati in citt. E pi esatto perci vedere nei due schieramenti dei nobili e del popolo, da una parte, i detentori del potere e dall'altra coloro che miravano a sostituirsi alla vecchia classe dirigente.
Questa era stata capace di condurre il Comune alla vittoria contro il Barbarossa, ma non appariva ora in grado di gestire la pace, per cui i contrasti tra i gruppi sociali producevano paralizzanti lacerazioni all'interno del collegio dei consoli. La soluzione fu trovata nella sostituzione dei consoli con un podest, prima locale e poi forestiero, per garantire la sua indipendenza rispetto ai centri di interesse esistenti in citt. Non si trattava di un leader politico, ma di un tecnico della politica e del diritto, il cui compito era quello di eseguire le decisioni prese dai Consigli cittadini, di applicare le leggi, di amministrare la giustizia e di sovrintendere a tutto l'apparato burocratico del Comune (allora, comunque, ancora molto esiguo e in buona parte formato da notai ed esperti di diritto, che seguivano il podest nei suoi spostamenti da una citt all'altra). All'inizio era responsabile anche della difesa, ma successivamente questa diventer di competenza del capitano del popolo, una nuova magistratura di cui parleremo tra poco.



16.8
Le lotte tra nobilt e popolo

Il podest forestiero nei primi tempi riusc effettivamente a svolgere un'opera di mediazione tra i gruppi sociali, ma verso la met del Duecento le tensioni all'interno dei Comuni pi popolosi ed economicamente pi dinamici riesplosero con rinnovata violenza.
Non si trattava pi soltanto della contrapposizione tra vecchia aristocrazia al potere e borghesia in ascesa, ma di lotte e contrasti che dividevano anche i membri dello stesso ceto. Cos i nobili, non solo facevano una netta distinzione tra le famiglie di antica nobilt cittadina e quelle da poco immigrate in citt, ma erano anche divisi da profondi odi familiari, che erano all'origine di continui attentati alla quiete pubblica. I nobili, infatti, conservavano una notevole dose di aggressivit e uno stile violento di vita, che si esprimeva anche nell'aspetto delle loro abitazioni, munite di torri e di altre opere di difesa.
Essi inoltre riunivano intorno a s schiere di clienti e di amici appartenenti a varii ceti sociali, che formavano un vero e proprio clan, dotato di una ferrea organizzazione interna e pronto a prendere le armi alla prima occasione. I clan, per giunta, non erano isolati l'uno dall'altro, ma riuniti in federazioni, dette societates militum, che a volte formavano due raggruppamenti contrapposti, definiti guelfi e ghibellini.
Questi nomi si richiamavano agli schieramenti formatisi durante le lunghe lotte che avevano contrapposto i Comuni e il papato al Barbarossa: guelfi erano gli aderenti al partito filopapale, che consideravano il collegamento con la Chiesa di Roma una forma di copertura alla assai avanzata autonomia dei Comuni, sui quali riconoscevano all'imperatore una sovranit puramente teorica; ghibellini erano invece i sostenitori di un pi saldo legame con il potere imperiale. I termini "guelfi e ghibellini" persero, per, ben presto il significato originario, diventando la copertura ideologica di conflitti sia all'interno della nobilt sia tra i Comuni stessi, che si collegarono o si combatterono tra di loro sulla base dei propri interessi, ma sotto la bandiera del Guelfismo e del Ghibellinismo.
Non meno complessa era la situazione del ceto popolare, tenuto insieme unicamente dalle necessit della lotta contro la nobilt. Bastava per che la tensione calasse un po' o che, addirittura, assumesse il controllo del Comune, perch esplodessero subito le contraddizioni al suo interno. Intanto abbiamo gi detto come di esso facessero parte anche i nobili da poco immigrati in citt e finanche qualche esponente della vecchia aristocrazia in contrasto con il suo ceto o schieratosi con il popolo per opportunismo politico (abbiamo gi ricordato in precedenza il caso di Lanzone a Milano). Inoltre la comunanza di interessi tra mercanti e artigiani era assai scarsa, soprattutto nei grandi centri nei quali i mercanti-imprenditori avevano il pieno controllo della produzione tessile e tendevano a superare i vincoli di carattere corporativo. Le stesse corporazioni, del resto, non erano pienamente solidali tra di loro, perch le categorie di cui erano espressione non avevano la stessa forza economica e la stessa capacit di pressione. A Firenze, ad esempio, erano divise in arti maggiori, arti medie e arti minori, e soltanto le prime due conseguirono un ruolo notevole sul piano politico.
Le esigenze della lotta contro i nobili valsero tuttavia, come si  detto, a superare temporaneamente queste differenze, per cui mercanti, cambiatori, artigiani, intellettuali laici (uniti nell'arte dei notai), nobili esclusi dal ceto di governo aristocratico diedero vita ad una propria associazione, detta societas populi, anch'essa organizzata sul modello del Comune, vale a dire con capi e consigli. Il risultato fu la coesistenza in citt di pi centri di potere, dotati di notevoli capacit di azione e di larghe prerogative di carattere giurisdizionale: le corporazioni giudicavano le controversie tra operai e datori di lavoro; i clan facevano altrettanto per i propri membri; le varie societ di nobili e quella del popolo avevano loro contingenti armati, pronti a scendere in campo non solo contro i nemici esterni, ma anche nelle lotte interne.


16.9
Il Comune popolare e l'affrancazione dei servi

Il complicarsi della vita politica nell'ambito dei Comuni produsse il fenomeno del fuoriuscitismo, vale a dire l'espulsione dalla citt degli esponenti della parte perdente, con relativa confisca dei beni. I fuoriusciti non si rassegnavano, per, alla loro sorte, ma si organizzavano anch'essi in Comune (il cosiddetto Comune degli estrinseci), stabilendo stretti collegamenti con i loro partigiani rimasti in citt e con Comuni rivali, con l'appoggio dei quali riuscivano spesso a rientrare in patria e, magari, ad espellere i loro nemici.
L'esito delle lotte fu in non poche citt, tra cui Bologna e Firenze, la presa del potere da parte del popolo. Questo per non semplific, ma complic ulteriormente la situazione politica, perch il popolo non sciolse la sua societ, ma la affianc agli organi del Comune. Si venne a creare cos una sorta di sistema bicamerale, per cui i varii provvedimenti dovevano passare attraverso i consigli sia del Comune sia della societas populi. Lo stesso potere esecutivo venne ripartito tra il podest e i capi del popolo, i cosiddetti anziani, che venivano espressi dalle arti maggiori e medie, e formavano il Priorato delle arti, supremo organo politico del Comune. Ad esso si affianc successivamente un capitano del popolo, al quale il podest dovette cedere le sue competenze di carattere militare.
Non ci guadagn neanche la pace pubblica. I governi popolari, infatti, da un lato, non tutelarono le classi inferiori, spingendole cos alla rivolta e all'alleanza con la nobilt, dall'altro, ebbero atteggiamenti punitivi verso la vecchia classe aristocratica, del cui apporto avevano peraltro bisogno soprattutto sul piano militare: nobile era, paradossalmente, quasi sempre lo stesso capitano del popolo. Espressione emblematica della politica antinobiliare dei governi popolari furono, sul finire del Duecento, le leggi antimagnatizie, con le quali venivano esclusi dalle cariche pi importanti i grandi o magnati, cio gli esponenti dell'antica aristocrazia di tradizione militare e quegli stessi popolani ricchi, che ne avevano assimilato lo stile di vita (i cosiddetti grandi di popolo). A Firenze se ne fece promotore un nobile passato dalla parte del popolo, Giano della Bella, il quale nel 1293 fece promulgare gli Ordinamenti di giustizia, per mettere fine alle violenze dei magnati e per precludere loro l'accesso al Priorato delle arti.
Eppure, nonostante tutto, i governi popolari consentirono il massimo di partecipazione e di democrazia nella vita politica del Medioevo. La mancanza di un numeroso apparato burocratico fece s che molti servizi comunali fossero gestiti attraverso il concorso dei cittadini, i quali a un certo punto cercarono anzi di evitare le cariche pubbliche pi impegnative. Se poi si considera che in genere le cariche erano di durata assai breve (due-sei mesi, raramente un anno), si comprende come fosse assai alto il numero di coloro che, a varii livelli, erano coinvolti nella gestione della cosa pubblica. Dire per che i governi popolari allargarono gli spazi di partecipazione politica non significa che siano paragonabili a quelli delle democrazie moderne. Come abbiamo detto, nessuna tutela essi assicurarono alle classi pi povere e il potere effettivo fu sempre nelle mani dei membri delle arti maggiori e medie, che ne tennero fuori sia gli artigiani delle arti minori sia, a maggior ragione, i salariati delle industrie cittadine, numerosissimi a Firenze, Siena, Perugia, Milano.
Lo stesso provvedimento dell'affrancazione dei servi della gleba, considerato nel passato espressione del carattere socialmente avanzato dei governi popolari,  oggi ricondotto dagli storici a motivazioni di natura fiscale. Si pensa cio che l'obiettivo sia stato quello di far aumentare il numero dei contribuenti, dato che i servi, considerati di propriet dei loro signori, non pagavano le imposte. Lo dimostra il fatto che ai servi diventati liberi fu vietata l'immigrazione in citt, mentre intanto il contado veniva sottoposto a una crescente pressione fiscale, per consentire al Comune il reperimento delle risorse finanziarie da destinare alla difesa, alle opere pubbliche e a servizi sociali sempre pi sviluppati.
A questo si aggiungeva il pi intenso sfruttamento economico dei contadini ad opera dei proprietari borghesi, i quali erano in grado di valorizzare le loro terre meglio degli antichi signori, traendone rendite pi elevate.
nobilt e cavalleria: istituzioni o stili di vita?
La nobilt  uno dei temi pi complessi e dibattuti della storiografia sul Medioevo, anzi probabilmente il pi complesso, come ebbe ad osservare Georges Duby (1919-1996), che ad esso ha dedicato numerose ricerche nell'arco di pi di trent'anni (in parte raccolte nel volume Terra e nobilt nel Medioevo, Torino, SEI, 1971). Pu dirsi, addirittura, che il dibattito sia iniziato in piena et medievale, per poi continuare con stupefacente continuit fino ai nostri giorni, senza che questo abbia portato a una netta prevalenza delle questioni risolte rispetto a quelle ancora aperte. L'unico punto su cui gli storici sono relativamente concordi  che a un certo momento c' stato il passaggio da una nobilt di fatto a una di diritto, vale a dire da una forma pi o meno definita di preminenza sociale (aristocrazia) a una vera e propria nobilt sanzionata da norme giuridiche, chiusa verso il basso e trasmissibile per nascita. Ma quando, come e perch avvenne questo cambiamento? E, inoltre, si verific dovunque nella stessa epoca e con lo stesso grado di rigidit o i tempi furono diversi da una parte all'altra dell'Europa, e la nobilt rimase, dove pi dove meno, pur sempre un ceto in cui, chi ne aveva i mezzi, riusciva prima o poi a entrare? Non meno complesso  il tema della cavalleria, strettamente connesso a quello della nobilt. Anche qui si ha un passaggio: da una sorta di corporazone, formata da coloro che svolgevano la stessa attivit (combattimento a cavallo), a ceto privilegiato, caratterizzato da un particolare stile di vita e nel quale si entrava normalmente solo per diritto ereditario e attraverso il rito dell'addobbamento (adoubement, in francese). Per la maggior parte degli storici fu proprio il definirsi dello stile di vita cavalleresco l'elemento che port alla chiusura della nobilt: solo i nobili potevano accedere alla cavalleria.
Il punto di partenza del nostro itinerario storiografico  ancora una volta Mark Bloch, il quale nella sua opera La societ feudale (gi citata nel cap. 8) poneva nel secolo Dodicesimo l'inizio della trasformazione dell'aristocrazia in nobilt giuridicamente definita, individuandone il tramite nell'esperienza cavalieresca. La tesi, molto stimolante per la ricerca e ampiamente dibattuta, al pari di tutte le altre dello storico francese, suscit all'inizio molte riserve, ma alla lunga si  rivelata sostanzialmente valida ed  stata ripresa da molti storici francesi e tedeschi, talch nel 1979 Giovanni Tabacco ha pubblicato nella Rivista storica italiana un saggio dal significativo titolo: Su nobilt e cavalleria nel Medioevo. Un ritorno a Mark Bloch?. Sulla strada indicata da Bloch si  posto Jean Fiori (Cavalieri e cavalleria nel Medioevo, Torino, Einaudi, 1999), uno dei maggiori esperti di storia della cavalleria, il quale ha insistito molto sulla distinzione tra cavalleria e nobilt, mostrando come non sia stata la cavalleria a trasformarsi in nobilt nel corso del Tredicesimo secolo, ma la nobilt ad appropriarsi dell'onore cavalieresco, riservandolo ai propri figli, e ci allo scopo di definire meglio sul piano giuridico i suoi privilegi di classe.
Questo fenomeno, se  quello pi comune all'Occidente europeo e quindi anche all'Italia, non  per l'unico, essendo stati sperimentati anche altri tipi di nobilt e, quindi, altri modi per accedervi. Un caso interessante  quello individuato da Mario Del Treppo per l'Amalfi dei secoli IX-XIII, prima che la diffusione delle istituzioni feudali in et angioina, a partire dalla seconda met del Tredicesimo secolo, portasse all'introduzione in citt dei modelli e degli stili di vita della nobilt francese, per cui anche l l'accesso alla cavalleria divent la condizione per entrare a far parte della nobilt. La particolarit individuata da Del Treppo consiste nel fatto che l'elemento capace di conferire prestigio e preminenza sociale fu considerato non la professione delle armi quanto piuttosto l'antichit della stirpe, che si espresse attraverso la memoria genealogica. Il saggio a cui qui si fa riferimento  contenuto, con il titolo La nobilt dalla memoria lunga: evoluzione del ceto dirigente di Amalfi dal Nono al Quattordicesimo secolo, nel volume forme di potere e struttura sociale in Italia nel Medioevo, a cura di G. Rossetti, Bologna, il Mulino, 1977, pp. 305-319.
Un caso interessante  anche quello della nobilt e della cavalleria all'interno dei Comuni dell'Italia centro-settentrionale. Oggi nessuno pi crede alla tesi di Gaetano Salvemini, il quale in un saggio del 1896 (La dignit cavalieresca nel Comune di Firenze), partendo dal presupposto che la dignit cavalieresca fosse un elemento distintivo della nobilt feudale, sostenne che gli usi della cavalleria furono importati a Firenze dai nobili costretti dal Comune a trasferirsi in citt, andando cos incontro a una progressiva decadenza, separati com'erano dal loro ambiente originario, ma soprattutto perch se ne appropriarono i borghesi arricchiti.  stato accertato, infatti, che esponenti della piccola e media feudalit fecero parte fin dall'inizio del ceto dirigente dei Comuni e che essi praticarono ancora a lungo lo stile di vita proprio dell'aristocrazia militare europea del tempo, con i relativi riti dell'addobbamento, dei tornei, delle feste: stile di vita che, lungi dallo snaturarsi rapidamente, esercit sempre un forte fascino anche sul ceto borghese. La differenza rispetto ad altre aree dell'Italia e dell'Europa consistette piuttosto nel fatto che la nobilt cavalieresca delle citt comunali non si configur mai come un vero e proprio ceto ereditario e chiuso, essendo frequenti i casi di addobbamenti di cavalieri di origini non nobili operati dal Comune in qualit di signore collettivo (peraltro, materialmente, sempre ad opera di un cavaliere, a volte il podest, che, essendo non di rado di origine nobile, era egli stesso cavaliere).
La suggestione esercitata dai valori e dallo stile di vita cavalieresco della nobilt cittadina la si coglie proprio attraverso le pagine di quegli autori che mostravano di volerli contestare, contrapponendo ad essi un'altra concezione della nobilt, quella dell'animo. Lo si vede molto bene in Dante Alighieri, come ha mostrato S. Gasparri, I milites cittadini. Studi sulla cavalleria in Italia, Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1992, pp. 11-12.
Un problema molto dibattuto  anche quello del ruolo della nobilt e della cavalleria nei secoli finali del Medioevo: si tratt di istituzioni in crisi? Uno dei libri di storia pi affascinanti del Novecento  certamente L'autunno del Medioevo dell'olandese Johan Huizinga (1872-1945), apparso nel 1919 e, in traduzione italiana, nel 1944 (Firenze, Sansoni): libro che, pur essendo stato fortemente criticato per il suo carattere impressionistico e per essere privo di rigorosa metodologia scientifica, ha avuto grande influenza sulla storiografia successiva per l'esempio che fornisce di un modo di fare storia che utilizza per la prima volta anche le acquisizioni dell'antropologia, della filosofia e della psicologia del profondo. In esso la fine del Medioevo  descritta come una civilt al tramonto, nella quale la vita "ha per sostrato un'acuta malinconia"; da essa gli uomini cercano di liberarsi rifugiandosi nei riti, nelle cerimonie, nei giochi cavaliereschi, che si configurano perci come un'evasione dalla realt. In questa prospettiva la cavalleria risulta avere ormai perso le sue antiche funzioni politiche e militari, riducendosi a pura mondanit e ostentando nostalgia per le virt dei prodi cavalieri del passato.
In realt, le cose non stavano affatto cos. Che alla fine del Medioevo la nobilt e l'ideologia cavalieresca fossero fortemente condizionate dai processi storici allora in atto, e soprattutto, come si vedr nel cap. 21, dalla nascita dello Stato moderno, non pu essere messo in dubbio; ma di qui a parlare di crisi della nobilt e di riduzione della cavalleria a puro giuoco, ce ne corre. Gli stessi ordini cavaliereschi, soprattutto quelli fondati da re e da principi, che col tempo acquisteranno un significato sempre pi di onorificenza (fino alla situazione attuale, che vede il titolo di cavaliere del tutto disgiunto dalla nozione di cavalleria), ebbero allora una non trascurabile importanza sul piano politico, militare e diplomatico, configurandosi come uno dei tanti strumenti utilizzati dalle monarchie nazionali per rafforzarsi, e ci grazie ai legami di solidariet orizzontale e verticale che, attraverso di essi, si venivano a creare tra nobili e sovrani: lo si vede molto bene dal libro recente di Giuliana Vitale, Araldica e politica. Statuti di ordini cavaliereschi nella Napoli aragonese, Salerno, Carlone, 1999.
Il problema per la nobilt era piuttosto quello di ridefinire il proprio ruolo nei confronti non solo del sovrano, del clero e del ceto popolare, ma anche degli esponenti della nascente burocrazia dello Stato, che assunse ben presto coscienza della propria importanza, anche se si mostr per qualche tempo incerta se puntare su una piena assimilazione all'antica nobilt o se mantenere, come nobilt di toga, una sua fisionomia distinta e addirittura superiore, all'interno di quello che poi rester per tutta l'et moderna un ceto privilegiato (insieme al clero). Si vedano a tal proposito i volumi di C. Donati, L'idea di nobilt in Italia. Secoli XIV-XVIII, Roma Bari, Laterza, 1988 e di P. Labatut, Le nobilt europee. Dal Quindicesimo al Diciottesimo secolo, Bologna, il Mulino, 1999.
Per ulteriori approfondimenti si pu partire dall'ampia rassegna della letteratura sull'argomento contenuta nel saggio di R. Bordone, L'aristocrazia: ricambi e convergenze ai vertici della scala sociale, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, vol. I, Torino, UTET, 1988, pp. 145-176. Da vedere anche L. Pandimiglio, Memoria familiare e nobilitazione: esempi fiorentini, Perugia, Universit di Perugia, 1997.




Bibliografia

Sui rapporti feudo-vassallatici come rinnovato strumento di governo: G. Tabacco, Alto Medioevo, in G. Tabacco-G.G.Merlo, Medioevo. Quindicesimo secolo, Bologna, il Mulino, 2a ed. 1989, pp. 298-311; G. Sergi, Lo sviluppo signorile e l'inquadramento feudale, in La Storia, cit., vol. II, pp. 367-393; A. Castagnetti, Aspetti feudali e conservativi della societ ferrarese dal dominio dei Canossa alla signoria degli Estensi (secoli X-XIII), in Spazio, societ e potere nell'Italia dei Comuni, a cura di G. Rossetti, Napoli, GISEM-Liguori, 1986, pp. 61-63.
Sulle origini dei Comuni e sulla loro evoluzione istituzionale e sociale c' una lunga bibliografia, che  possibile recuperare partendo da: R. Bordone, Nascita e sviluppo delle autonomie cittadine, in La Storia, cit., vol. II, pp. 425-460; Id., La citt comunale, in Modelli di citt. Strutture e funzioni politiche, a cura di P. Rossi, Torino, Einaudi, 1987, pp. 347-370; E. Artifoni, Tensioni sociali e istituzioni nel mondo comunale, in La Storia, cit., vol. II, pp. 461-491; AA.VV, Magnati e popolani nell'Italia comunale, Pistoia, Centro italiano di studi di storia e d'arte, 1997. Sulla fase delle origini in particolare: M. Ronzani, Chiesa e "Civitas" di Pisa nella seconda met del secolo XI. Dall'avvento del vescovo Guido all'elevazione di Dalberto a metropolita di Corsica (1060-1092), Pisa, GISEM-ETS, 1997; D. Rando, Religione e politica nella Marca. Studi su Treviso e il suo territorio nei secoli XI-XV, Verona, Cierre, 1996; R. Savigni, Episcopato e societ cittadina a Lucca. Da Anselmo Secondo (f 1086) a Roberto (f 1225), Lucca, Accademia lucchese di scienze, lettere ed arti, 1996; A. Tilatti, Istituzioni e culto dei santi a Padova fra Sesto e Dodicesimo secolo, Roma, Herder, 1997.
Per le consorterie nobiliari e la conflittualit di gruppi e di ceti: J. Heers, Il clan familiare nel Medioevo, Napoli, Liguori, 1976, da integrare, per la bibliografia pi recente, con F. Leverotti, La famiglia, in La societ medievale, a cura di S. Collodo e G. Pinto, Bologna, Monduzzi, 1999, pp. 445-480; G. Petti Balbi, Simon Boccanegra e la Genova del '300, Napoli, ESI, 1995.
Per la politica territoriale del Comune: G.M. Varanini, Dal Comune allo stato regionale, in La storia, cit. vol. II, pp. 689-724; F. Paner, Comuni e borghi franchi nel Piemonte medievale, Bologna, CLUEB, 1988; S. Bortolami, Chiese, spazi, societ nelle Venezie medioevali, Roma, Herder, 1999.
Sul Barbarossa e sui suoi rapporti con i Comuni: Il Barbarossa in Lombardia, a cura di F. Cardini, G. Andenna e P. Ariatta, Novara, Europa, 1987; Federico Barbarossa nel dibattito storiografico in Italia e in Germania, a cura di R. Manselli e J. Riedmann, Bologna, il Mulino, 1982.




La diffusione dei rapporti feudali.

L'Inghilterra, il Mediterraneo e le crociate



17.1
Esempi di feudalit efficiente

I rapporti feudo-vassallatici raggiunsero nei secoli XI-XII il massimo di diffusione non solo perch ebbero un pi esteso impiego nei paesi in cui erano noti da tempo, ma anche perch furono esportati, in seguito a guerre di conquista, in territori nei quali non erano mai stati sperimentati in precedenza. Ne furono protagonisti soprattutto cavalieri provenienti dal ducato di Normandia, che, come si ricorder, si era formato nella Francia settentrionale agli inizi del Decimo secolo in seguito allo stanziamento dei Vichinghi guidati da Rollone. Anche in quella regione era stato introdotto l'ordinamento pubblico carolingio, basato su circoscrizioni affidate a funzionari-vassalli, che come altrove avrebbero probabilmente trasformato le loro cariche pubbliche e i connessi benefici fondiari in beni privati trasmissibili agli eredi. Se le cose andarono diversamente, fu perch sul tronco dell'antico vassallaggio franco si innestarono il vigore militare e le tradizioni di fedelt dei guerrieri vichinghi. Questo permise a Rollone e ai suoi successori di rivitalizzare l'organizzazione territoriale carolingia, separando le funzioni militari svolte dai feudatari dai compiti di natura amministrativa e giurisdizionale affidati ai viceconti (o visconti).
Feudatari e viceconti, in prevalenza di origine vichinga e di sicura fedelt, consentirono ai duchi di mantenere un controllo del territorio di gran lunga pi saldo di quello degli altri principi e dello stesso re di Francia.
La potenza politica e militare dei duchi di Normandia non poteva non condizionare in qualche misura le realt politiche circostanti. Il caso volle, per, che essi fossero attratti non tanto dai vicini territori francesi, quanto piuttosto dall'Inghilterra. Qui, come si  detto nel cap. 8, i Vichinghi gi nel corso del Nono secolo avevano compiuto ripetute incursioni, ma non erano riusciti, se non per brevi periodi, a dar vita a vere e proprie forme di dominazione politica. Ci riusc nei primi decenni dopo il Mille Canuto Il Grande, il quale cre un vasto impero intorno al Baltico, comprendente la Danimarca, la Norvegia e l'Inghilterra, che per si dissolse completamente dopo la sua morte, nel 1035.
Questo consent all'Inghilterra, dove Canuto aveva promosso la fusione tra Danesi e Sassoni, di recuperare l'indipendenza con il re Edoardo il Confessore (1043-1066).
Figlio di madre normanna ed educato in Normandia, dove aveva trascorso pi di venti anni, Edoardo accolse a corte cavalieri ed ecclesiastici francesi, collocandoli in posti di comando e alla guida di importanti vescovati. Alla sua morte, essendo egli privo di eredi diretti, gli successe il cognato Aroldo II, contro il quale si lev Guglielmo, duca di Normandia, accampando diritti al trono, in quanto nipote di Edoardo il Confessore.
Superata la Manica alla testa di un esercito di circa 6.000 uomini, sconfisse Aroldo ad Hastings nel 1066, ma dovette lottare ancora fino al 1071, per vincere gli ultimi focolai di resistenza.
Con l'ascesa al trono di Guglielmo, detto poi il Conquistatore (1066-1087), l'Inghilterra si venne legando strettamente alla Francia. Insieme a lui e ai suoi cavalieri giunsero infatti nell'isola, e questa volta in maniera massiccia, la lingua e i costumi francesi, tra cui i rapporti feudo-vassallatici. Nello stesso tempo si creava l'inconsueta situazione per cui il re inglese, in quanto duca di Normandia, era vassallo del re di Francia, pur essendo pi potente di lui. Verso la met dell'XI secolo il potere del sovrano francese era, infatti, quanto mai limitato, esercitandosi in maniera diretta su un territorio poco pi vasto dell'attuale Regione parigina (Rgion parisienn), tra la Senna e la Loira.
Il Conquistatore e i suoi successori, tra cui Enrico Primo (1100-1135), si posero il duplice obiettivo di rendere accetto alla popolazione il nuovo ceto dirigente e di rafforzare il potere monarchico. A tale scopo lasciarono intatta la divisione del regno in contee (shires), gi attestata nel secolo precedente, sottoponendo i loro amministratori, detti sceriffi, al controllo regio attraverso giudici itineranti, che fungevano anche da tribunale di appello. I cavalieri venuti dalla Normandia e da altre regioni francesi al seguito di Guglielmo, e largamente ricompensati con feudi, furono ugualmente sottoposti al sovrano sulla base di obblighi ben definiti. Ad essi era possibile sottrarsi solo pagando un'imposta sostitutiva (scutage), che permetteva al re di reclutare un esercito da lui direttamente dipendente.
Per l'amministrazione delle finanze, ma anche con competenza in materia giudiziaria, fu creata la "Camera dello scacchiere", dal nome di una tavola coperta da un tappeto a riquadri, intorno alla quale i suoi membri si riunivano. Davanti ad essa si presentavano due volte all'anno gli sceriffi, per versare quanto avevano raccolto nelle loro contee.
Guglielmo il Conquistatore fece anche redigere, come sappiamo, il Domesday Book, un vero e proprio catasto del regno, che consent alla monarchia di avere un quadro chiaro dei beni della corona e della distribuzione della propriet fondiaria, indispensabile agli sceriffi per la riscossione delle imposte e per il reclutamento dei soldati, che i villaggi erano tenuti a fornire al re in base al numero degli abitanti.
La potenza della monarchia inglese si accrebbe ancora di pi verso la met del secolo XII, quando sal al trono Enrico Secondo (1154-1189), nipote per parte di madre di Enrico Primo appartenente alla famiglia francese dei Plantageneti. Con lui i domini della corona in territorio francese si ampliarono a dismisura, dato che all'eredit paterna dell'Angi e del Maine si aggiunsero il Poitou, la Guienna e la Guascogna, portati in dote dalla moglie Eleonora di Aquitania, dalla quale si era separato Luigi Settimo di Francia. N Enrico Secondo si accontent di quanto aveva avuto in sorte, ma oper instancabilmente per rafforzare il suo dominio, sia sottoponendo a una pressione continua la monarchia francese, alla quale tolse anche la Bretagna, sia estendendo sempre di pi le competenze dei tribunali regi. Ad essi tent di sottoporre anche gli ecclesiastici, emanando negli anni 1164-66 le Costituzioni di Clarencton, con le quali si proponeva di acquisire il pieno controllo della Chiesa. La ferma opposizione dell'arcivescovo di Canterbury, Thomas Becket, che pure era stato suo stretto collaboratore in qualit di cancelliere, fece naufragare il progetto, in seguito anche all'isolamento in cui il sovrano venne a trovarsi a causa dell'uccisione nel 1170 dell'arcivescovo, compiuta, probabilmente a sua insaputa, da vassalli troppo zelanti.


17.2
I Normanni in Italia meridionale

Mentre Guglielmo il Conquistatore guidava la sua spedizione alla conquista dell'Inghilterra, altri cavalieri provenienti dalla Normandia erano impegnati gi da qualche decennio nella creazione di una salda dominazione politica al centro del Mediterraneo.
Fra i due eventi c'era per una grande differenza. I Normanni in Italia meridionale non giunsero, infatti, come un esercito di conquistatori, ma a piccoli gruppi e con la speranza di farvi fortuna, mettendo la loro abilit militare al servizio delle formazioni politiche locali, in perenne lotta tra di loro. Si trattava in genere di membri dei rami cadetti di grandi famiglie feudali o di persone appartenenti comunque al gruppo dei guerrieri detentori di terre. A spingerli alla partenza dovettero intervenire anche motivi di ordine politico e il desiderio di avventura, ma la causa principale fu rappresentata dall'accrescimento dell'indice di natalit delle famiglie nobili, con conseguente rischio di impoverimento di quelle pi numerose.
Il loro inserimento in Italia meridionale fu facilitato dalla situazione politica che trovarono al loro arrivo: situazione caratterizzata da un accentuato particolarismo politico, non dissimile, del resto, da quello che allora era operante nel resto della penisola. Gi abbiamo avuto occasione di parlarne in precedenza. Non  inutile, tuttavia, ricordare in questa sede che agli inizi dell'XI secolo il territorio dell'attuale Campania era diviso nei principati longobardi di Benevento, Salerno e Capua, e nei ducati di Gaeta, Napoli, Sorrento e Amalfi, nominalmente dipendenti da Bisanzio, ma praticamente da tempo autonomi. L'autorit dell'imperatore bizantino si esercitava, invece, direttamente su Puglia, Basilicata e gran parte della Calabria, mentre la Sicilia era sotto il dominio musulmano.

A loro volta queste formazioni politiche erano tutt'altro che compatte al loro interno, percorse com'erano dai fremiti autonomistici sia di vivaci comunit cittadine sia di funzionari pubblici, conti e gastaldi in primo luogo, che tendevano a radicarsi sul territorio e a trasformarsi in signori.
Un tentativo di riaggregazione, almeno dei territori longobardi, fu compiuto nella seconda met del Decimo secolo dal principe di Capua, Pandolfo Primo Capodiferro, il quale non solo riusc a riunire sotto il suo scettro l'intera Longobardia minore - come gli storici chiamano i territori longobardi dell'Italia meridionale - ma, legatosi all'imperatore Ottone I, ottenne da lui in feudo Spoleto e Camerino. La sua costruzione non sopravvisse, per, alla sua morte, avvenuta nel 981. I Salernitani e i Beneventani cacciarono i suoi giovani eredi e riacquistarono la loro autonomia, per cui si ripristin la tradizionale situazione di particolarismo e di lotte per l'egemonia. Agli inizi del nuovo millennio era Salerno ad avviarsi a conquistare una posizione di predominio, imponendosi al tempo di Guaimario Quarto (1018-1052) ai ducati di Amalfi, Sorrento e Gaeta.
I suoi successi militari erano dovuti anche all'impiego di contingenti di cavalieri normanni, i quali, dopo aver fatto una prima apparizione in Italia meridionale nel 999, al ritorno da un pellegrinaggio in Terrasanta, vi erano tornati in maggior numero proprio dietro sollecitazione del principe di Salerno.  da credere, tuttavia, che ad attirarli abbiano contribuito soprattutto le buone prospettive che offriva un paese, a quel che sembrava, ricco e nello stesso tempo politicamente assai debole. Certo  che essi si resero subito conto della situazione e cominciarono a inserirsi da protagonisti nelle lotte tra le varie formazioni politiche locali, offrendo i loro servigi ora all'una ora all'altra, a seconda dell'entit del compenso loro offerto.
Tra i capi dei vari gruppi, che operavano indipendentemente l'uno dall'altro, il primo ad emergere fu Rainulfo Drengot. Combattendo a favore del duca di Napoli Sergio Quarto contro il principe di Capua Pandolfo IV, ottenne da lui in feudo nel 1029 con il titolo di conte il piccolo centro di Aversa, che divenne ben presto una citt sede vescovile.
Da Aversa i suoi successori puntarono sulla stessa Capua, che Riccardo Quarrel (1046-1078) cinse ripetutamente di assedio, finch non la conquist il 21 maggio del 1062. Come racconta il cronista Amato di Montecassino, i Capuani cercarono di convincerlo a desistere dall'assedio della citt offrendogli dell'oro, ma egli lo rifiut, dicendo che "voleva la signoria di coloro che avevano l'oro" e che a spingerlo alla guerra era il desiderio di ritagliarsi un proprio dominio.
Contemporaneamente andavano emergendo altri capi tra le bande normanne che operavano al servizio dei principi di Salerno contro i Bizantini, ai quali, partendo da Melfi nel 1041, finirono col togliere buona parte della Puglia e della Basilicata (allora il nome "Puglia" comprendeva entrambe quelle regioni). Per sottrarsi alle loro mire espansionistiche, i Beneventani non trovarono di meglio nel 1051 che mettersi sotto la protezione del papa, al quale nel 1077, dopo la morte del principe Landolfo VI, conferirono definitivamente la signoria della citt, destinata a restare dominio pontificio fino all'unit d'Italia nel 1860.
Fra i Normanni impegnati nella lotta contro i Bizantini in Puglia emersero ben presto i fratelli Altavilla, prima Guglielmo Braccio di Ferro e Unfredo, e infine Roberto, detto il Guiscardo (cio l'Astuto), che fu il vero artefice delle fortune normanne in Italia meridionale. Intanto - siamo ormai verso la met del secolo Undicesimo - la minaccia normanna cominciava a diventare evidente a tutti, ma fu il pontefice Leone Nono a farsi promotore di una coalizione contro i temibili cavalieri francesi. A occuparsi di loro il papa era spinto sia dai doveri che gli derivavano dall'aver accettato la dedizione dei Beneventani sia dall'attenzione particolare che il papato, nel clima della riforma ecclesiastica allora gi avviata, stava prestando alle regioni meridionali, per sottrarle all'influenza del patriarca di Costantinopoli. La coalizione antinormanna, come gi sappiamo, fu rovinosamente sconfitta nel 1053 a Civitate, in Puglia, e lo stesso pontefice fu fatto prigioniero. Fu liberato dopo quasi un anno, quando si decise a riconoscere le conquiste di Riccardo Quarrel e di Unfredo in cambio del loro appoggio politico e militare. L'intesa fu perfezionata nell'agosto del 1059 a Melfi, dove il successore di Unfredo, il gi citato Roberto il Guiscardo, e Riccardo giurarono fedelt al nuovo pontefice Niccol II, ottenendo, il primo, il titolo di duca di Puglia, Calabria e Sicilia (quest'ultima ancora da conquistare), e il secondo quello di principe di Capua.
Forte dell'investitura papale, il Guiscardo cerc di consolidare il suo dominio in Puglia e Calabria, avviando nel 1061 anche la conquista della Sicilia musulmana, che poi affid, con il titolo di conte, al fratello minore Ruggero, soprannominato in seguito il "Gran Conte". L'isola era allora in piena fioritura economica e culturale, ma in crisi sul piano politico a causa delle tendenze autonomistiche delle signorie locali; il che favor la conquista normanna, che tuttavia dur quasi un trentennio. Alla fine molti musulmani emigrarono, ma non furono pochi quelli che rimasero, inserendosi bene sia nell'apparato amministrativo sia nell'esercito dello Stato normanno. Nello stesso tempo la cultura arabo-siciliana continuava a fiorire nelle citt, e a Palermo in particolare, conferendo alla corte normanna un carattere del tutto particolare nel panorama politico-culturale dell'Occidente cristiano.
Mentre il Gran Conte era impegnato nella conquista della Sicilia, Roberto il Guiscardo completava quella del Mezzogiorno continentale: nel 1071 conquistava Bari, ultimo possedimento bizantino in Italia; nel 1073 gli si sottometteva Amalfi e il suo dominio si estendeva su buona parte dell'Abruzzo; nel 1076 cadeva nelle sue mani Salerno e il suo ultimo principe Gisulfo, cognato del Guiscardo, prendeva la via dell'esilio a Roma.
Tutto questo era, per, ancora poco per il bellicoso duca, che nel 1081 si lanci alla conquista della stessa Costantinopoli. Come sappiamo, poco dopo dovette precipitosamente far ritorno in Italia, per domare una rivolta dei baroni pugliesi e per difendere i suoi domini dall'imperatore Enrico IV, che allora cingeva di assedio Castel Sant'Angelo, dove si era asserragliato il pontefice Gregorio VII. Liberato il papa e portatolo con s a Salerno, nell'autunno del 1084 era di nuovo in viaggio per l'Oriente, ma il 17 luglio del 1085 mor sulla sua nave al largo dell'isola greca di Cefalonia.
La scomparsa del Guiscardo rimise in discussione la fragile costruzione politica da lui creata, dato che i suoi successori Ruggero Borsa (1089-1111) e Guglielmo (1114-1127) si trovarono in condizione di grave debolezza nei confronti sia dei nobili sia delle citt, che avevano accettato il dominio normanno, ma conservando spazi pi o meno ampi di autonomia. A imprimere una svolta decisiva alla storia dell'Italia meridionale fu il figlio del Gran Conte, Ruggero II. Padrone incontrastato della Sicilia, alla morte senza eredi del nipote Gugliemo rivendic il titolo di duca di Puglia e Calabria, scontrandosi con l'ostilit dei baroni meridionali e del pontefice Onorio II, ma nel 1130, approfittando della crisi scoppiata all'interno della Chiesa dopo la morte del pontefice, riusc a farsi incoronare re di Sicilia dall'antipapa Anacleto II. Si formava cos un regno destinato a durare fino al 1860, sia pur attraverso crisi, divisioni interne e cambi di dinastie, che pi volte ne sconvolsero l'assetto interno e ne modificarono la collocazione all'interno del quadro politico europeo e mediterraneo.



APPROFONDIMENTI

L'apostolica legazia:
la via siciliana alla definizione dei rapporti tra stato e chiesa

Dopo la conquista della Sicilia e il ritorno di essa sotto la giurisdizione della Chiesa di Roma, si dovette procedere a una completa riorganizzazione ecclesiastica dell'isola, dato che la lunga dominazione musulmana aveva scardinato del tutto quella esistente al tempo dei Bizantini. Si trattava di creare nuove diocesi, di dotarle di adeguati beni fondiari e di affidarle a vescovi capaci di portare avanti un'intensa opera di evangelizzazione, appoggiandosi alle superstiti comunit monastiche greche e ai nuovi monasteri benedettini sorti per impulso dei conquistatori. A tutto questo provvide con larghezza di mezzi e con grande apertura mentale il Gran Conte, il quale non manc di rivolgere il suo favore anche al clero di rito greco, la cui collaborazione ritenne indispensabile in quella delicata fase di passaggio dal vecchio al nuovo regime politico.
Nella sua opera di riorganizzazione ecclesiastica della Sicilia Ruggero si mosse con assoluta libert, nominando alla guida delle nuove diocesi prelati di sua fiducia, spesso provenienti dalla Normandia. Il pontefice Urbano II, rendendosi conto dell'eccezionalit della situazione siciliana, lo lasciava fare, limitandosi a confermare i vescovi da lui nominati. A un certo punto ritenne, per, che l'emergenza fosse stata superata e che si potesse procedere a una normalizzazione della Chiesa siciliana, nominando un proprio legato nell'isola nella persona del vescovo di Traina e Messina. La scelta non era casuale, trattandosi di un prelato che era asceso alla cattedra vescovile proprio su designazione del Gran Conte e che figurava perfino tra i suoi principali consiglieri. Tutto lasciava credere, pertanto, che Ruggero non avrebbe interpretato l'iniziativa pontificia come un gesto di ostilit nei suoi confronti.
I calcoli del prudente Urbano Secondo si rivelarono, tuttavia, sbagliati. Ruggero reag con inaspettata violenza, facendo arrestare il legato papale mentre celebrava la messa. Il pontefice corse subito ai ripari. Era da poco iniziata la crociata in Terrasanta (ne parleremo tra poco) ed era ancora lontano da una soluzione il conflitto con l'impero per la questione delle investiture, per cui non era possibile per il papato rinunciare all'appoggio dei Normanni dell'Italia del sud. Si giunse cos nel 1098 a una soluzione di compromesso con l'emissione a Salerno della bolla Quia propter prudentiam tuam, meglio nota con il nome di Apostolica legazia. Del documento non abbiamo purtroppo l'originale, ma solo copie del Sei-Settecento, sulla base delle quali si  svolta una plurisecolare polemica tra scrittori curialisti (sostenitori della Curia romana, cio del papato) e i regalisti (sostenitori dei diritti della monarchia siciliana): polemica, che a partire dalla seconda met del secolo scorso ha ceduto il posto a una non meno appassionata discussione tra gli storici.
Quale fu la reale portata delle concessioni fatte da Urbano Secondo al Gran Conte? Non  possibile in questa sede affrontare nei dettagli la questione.
Pu dirsi, comunque, che oggi si  abbastanza concordi nel ritenere che Ruggero sia riuscito a mantenere il pieno controllo della Chiesa siciliana, facendosi attribuire il titolo e le funzioni di legato papale. Si trattava, per, di una concessione fatta a lui personalmente e, quindi, non trasmissibile automaticamente ai suoi eredi. In questa maniera Urbano Secondo faceva salvo il principio che riconduceva al papato ogni potest di carattere spirituale, configurandosi le prerogative del Gran Conte come una concessione di carattere particolare e temporaneo. Nello stesso tempo questi, ricevendo in quanto protettore dei cristiani dell'isola il diritto di portare l'anello, il bastone pastorale e la dalmatica (veste liturgica), simboli della maest imperiale, consolidava il suo potere e poneva le premesse per quel rafforzamento del concetto di sovranit, che sar operato dai suoi successori, a partire dal figlio Ruggero II. Quanto al problema di una pi chiara e duratura definizione dei rapporti tra Stato e Chiesa, esso veniva lasciato, con tutte le sue drammatiche lacerazioni, alle generazioni future.


17.3
I caratteri del Regno di Sicilia

Eliminata l'ultima sacca di resistenza con la conquista di Napoli nel 1139, Ruggero Secondo pot concentrarsi sull'organizzazione del suo regno, che si configur in breve tempo come uno dei meglio organizzati del tempo. Quale fosse la natura di questo Stato, fondato da esponenti della feudalit francese ma tutto proiettato nel Mediterraneo,  stato, ed  tuttora, oggetto di vivace discussione tra gli storici. Fu un organismo politico che con il suo apparato burocratico prefigurava gi lo Stato moderno o fu una tipica realt feudale? Nel passato gli storici hanno posto l'accento soprattutto sui suoi caratteri di modernit. Ed effettivamente Ruggero Secondo ed i suoi successori Guglielmo Primo (1154-1166) e Guglielmo Secondo (1166-1189) seppero sfruttare a fondo le strutture di governo ereditate dagli Arabi in Sicilia e dai Bizantini in Puglia e Calabria, dotando il loro regno di una efficiente amministrazione, che si articolava in uffici centrali operanti presso la corte di Palermo e in uffici periferici. Questo diede loro una capacit di produrre leggi e di procurarsi entrate fiscali nonch il controllo dell'apparato ecclesiastico, che avvicinava il Regno di Sicilia pi agli Stati del mondo arabo-bizantino che a quelli dell'Europa, con l'unica eccezione del regno normanno d'Inghilterra. Del resto, che i sovrani siciliani guardassero con ammirazione al mondo arabo-bizantino,  dimostrato dal clima complessivo che si respirava alla corte di Palermo, dove si assisteva a una forma di esaltazione della maest regia del tutto estranea al mondo occidentale e dove gli alti funzionari ostentavano titoli arabi e greci.

I sovrani normanni non erano, per, solo alla testa di un efficiente apparato burocratico, ma costituivano nello stesso tempo il vertice di una "piramide feudale", in cui erano inseriti a vari livelli i discendenti degli antichi conquistatori. Questi, nonostante i consueti conflitti interni al mondo cavalieresco del tempo, erano solidali tra di loro di fronte alle popolazioni sottomesse, sulle quali esercitavano poteri di natura signorile come corrispettivo del servizio militare che prestavano al sovrano. N erano solo i feudatari a esercitare poteri di natura pubblica. Di ampie autonomie giurisdizionali godevano anche le antiche abbazie di Montecassino, Cava, S. Vincenzo al Volturno nonch quelle pi recenti di S. Lorenzo di Aversa, Montevergine, SS. Trinit di Venosa, Monreale e altre fondate dagli stessi Normanni. Se poi a questo si aggiunge che anche le maggiori citt riuscirono a conservare le loro consuetudini e alcune forme di autonomia, si comprende come la struttura politico-amministrativa del regno fosse tutt'altro che omogenea e uniforme. La sua peculiarit deriv, piuttosto, dalla capacit dei sovrani di realizzare un equilibrio tra forze locali e autorit regia, per cui sempre e dovunque i funzionari pubblici furono in grado di esercitare un controllo sulle prerogative di feudatari, enti ecclesiastici e comunit cittadine. Se, perci, con l'espressione "Stato feudale" intendiamo non una situazione di disordine politico e di assenza di poteri centrali, ma semplicemente uno Stato che prevedeva, nel contesto della sua costituzione politica, l'esistenza dei rapporti feudo-vassallatici e la delega ai feudatari di poteri di natura pubblica, possiamo senz'altro considerare tale il Regno di Sicilia.
Ma quale ruolo svolsero le istituzioni feudali nel complesso della vita del regno? Si tocca qui uno dei problemi fondamentali della storia del Mezzogiorno.  opinione prevalente tra gli storici che l'introduzione dei rapporti feudo-vassallatici si rivel alla lunga dannosa per lo sviluppo della societ e dell'economia del Mezzogiorno, soprattutto in un periodo in cui il resto dell'Italia si andava orientando, con la formazione dei Comuni, verso istituzioni politiche capaci di suscitare maggiore partecipazione e una pi vivace dinamica politico-sociale.  da tener presente, tuttavia, che questi esiti in et normanna erano ancora fuori da qualsiasi possibilit di previsione e che i rapporti feudo-vassallatici, opportunamente disciplinati dall'autorit regia, si rivelarono, in Italia meridionale come in Inghilterra, uno strumento efficace di governo.


17.4
Le origini delle crociate

I Normanni dell'Italia meridionale, sul finire del secolo XI, furono anche tra i protagonisti di uno degli eventi pi significativi dell'et medievale, le crociate.
Parlando del movimento di riforma della Chiesa e della conseguente lotta per le investiture, gi abbiamo accennato al Concilio di Clermont-Ferrand del novembre 1095, durante il quale il pontefice Urbano II, dopo aver deplorato le lotte fratricide tra i cristiani, esort chi vi era stato coinvolto a intraprendere un pellegrinaggio in Terrasanta come mezzo di purificazione dei peccati e come occasione per recare aiuto alla Chiesa orientale minacciata dagli infedeli. Del discorso del papa abbiamo quattro versioni di altrettanti cronisti, i quali per scrivevano tutti alcuni anni dopo, quando i cristiani avevano gi conquistato Gerusalemme.  possibile, perci, che essi, conoscendo al momento in cui scrivevano lo sviluppo degli eventi, abbiano caricato le parole di Urbano Secondo di un significato pi forte di quello che esse effettivamente ebbero. Si sarebbe trattato, invece, di una generica esortazione del pontefice al pellegrinaggio, la quale avrebbe prodotto un risultato, che egli stesso non era in grado di immaginare.
Non era questa la prima volta - n sarebbe stata l'ultima in cui le parole o le azioni di un uomo avevano la capacit di far esplodere le contraddizioni e i bisogni che la societ del tempo esprimeva in maniera ancora confusa. Se le parole del pontefice a Clermont-Ferrand ebbero una vasta risonanza, fu perch la societ europea della fine dell'XI secolo era pervasa da un forte slancio espansivo, che, come abbiamo visto, si manifestava in ogni campo: la popolazione era in aumento, nuove terre venivano messe a coltura, i mercanti, soprattutto italiani, contendevano ai musulmani il controllo dei commerci mediterranei, i cadetti delle famiglie aristocratiche erano alla ricerca affannosa di un'adeguata sistemazione e quindi di nuove terre da conquistare. Tutto era poi condito da un miscuglio confuso di ottimismo e di profonda inquietudine religiosa. Quest'ultima era alimentata da predicatori itineranti, che frequentavano fiere e luoghi di pellegrinaggio, preannunciando un'imminente rigenerazione del mondo. Nello stesso tempo desiderio di espiazione dei peccati e spirito di avventura facevano incrementare sempre di pi il numero dei pellegrini, che ora si dirigevano non solo verso le mete tradizionali di Roma, S. Martino di Tours (Francia), S. Michele Arcangelo sul Gargano (Puglia), Gerusalemme, ma anche verso santuari che proprio nel secolo Undicesimo stavano raggiungendo una grande celebrit: Mont-Saint-Michel sulla Manica, S. Michele della Chiusa in Piemonte, Santiago di Compostela in Galizia, nella Spagna nord-occidentale. Il pellegrinaggio al santuario di Compostela, in particolare, si caricava di suggestioni particolari, perch, come vedremo pi avanti, la Spagna era allora teatro di guerra tra cristiani e musulmani; e una tappa importante del "cammino di San Giacomo" era il passo di Roncisvalle, dove secondo la celebre Chanson de Roland, composta proprio nella seconda met del secolo XI, era caduto, combattendo contro gl'infedeli (in realt contro i Baschi), il famoso paladino di Francia.
Non tenendo ben presente tutto questo, si rischia di dare eccessivo credito a fatti o inesistenti o di portata assai limitata. Cos, ad esempio, la richiesta di aiuto contro i Turchi, che l'imperatore bizantino Alessio Comneno avrebbe rivolto ai cristiani d'Occidente, appare difficilmente credibile, dato che egli aveva da temere pi dagli occidentali che dai Turchi. Questi, infatti, avevano sottratto all'impero gran parte dell'Anatolia, ma poi si era giunti a una situazione di compromesso, facilitata dal fatto che i numerosi staterelli in cui era stato diviso il territorio conquistato dai Turchi non rappresentavano pi una minaccia per Bisanzio. Il pericolo veniva, invece, dall'Occidente, soprattutto ad opera dei Normanni, che, dopo aver dovuto rinunciare alla conquista di Costantinopoli, avevano concentrato le loro mire sui territori bizantini dei Balcani.
Anche l'oppressione dei Turchi sulle comunit cristiane dell'Oriente e sui pellegrini diretti a Gerusalemme, spesso presentata come causa delle crociate, non pu essere considerata un elemento decisivo. Nei territori a loro sottomessi i musulmani assicuravano ai cristiani libert di culto e forme di autonomia, che i loro correligionari residenti nei territori cristiani non si sognavano neppure.  vero che in particolari circostanze non mancavano casi di esplosione di violenza e di intolleranza. Inoltre i Turchi, da poco convertiti all'Islam, erano certamente meno tolleranti degli Arabi; niente, per, autorizza a credere che le condizioni dei cristiani di Terrasanta si fossero talmente aggravate, da muovere a compassione i fieri e bellicosi cavalieri dell'Europa feudale.
Dicendo questo, dobbiamo contemporaneamente mettere in guardia dal rischio di sottovalutare la componente religiosa del movimento crociato. Nel Medioevo - lo abbiamo sottolineato pi volte - la religione permeava la vita dell'uomo in una misura che noi oggi abbiamo difficolt a cogliere. I cavalieri francesi, fiamminghi, lorenesi e italiani, che si diressero in Terrasanta, erano mossi non solo da spirito di avventura e da desiderio di conquista, ma anche da entusiasmo religioso, senza il quale non si potrebbe spiegare come riuscissero a superare gravissime difficolt di carattere ambientale e organizzativo. Del resto, che il movimento crociato sia nato in un clima di grande emozione religiosa  dimostrato dagli episodi di intolleranza verso gli Ebrei e dall'eccitazione che si registrarono a livello popolare, soprattutto in Francia e in Germania.
Dell'entusiasmo religioso suscitato dal movimento crociato si fece interprete un predicatore itinerante, Pietro di Amiens, meglio noto come Pietro l'Eremita, il quale nel 1095 promosse la cosiddetta "crociata dei poveri". Ne furono protagonisti gruppi numerosi di poveri ed emarginati che, male armati e privi di qualsiasi forma di organizzazione, si misero in viaggio verso l'Oriente attraverso le valli del Reno e del Danubio. Il loro passaggio fu segnato dovunque da saccheggi e massacri di Ebrei, che suscitarono la reazione violenta di vescovi e signori locali. Quelli che sopravvissero alle stragi e alla fatica del viaggio, tra cui vecchi, donne e bambini, furono massacrati dai Turchi. Pietro di Amiens fu uno dei pochi che riuscirono a salvarsi e che attesero a Costantinopoli l'arrivo della crociata "ufficiale".
Questa inizi nel 1096 su pressione di Urbano II, preoccupato per quelle partenze indiscriminate di pellegrini fanatici, i quali minacciavano di sconvolgere l'ordine sociale e si sottraevano a qualsiasi controllo del potere sia politico sia ecclesiastico. All'appello del pontefice rispose il fior fiore della feudalit, soprattutto francese: Ugo di Vermandois, fratello del re di Francia; Goffredo di Buglione, duca della Bassa Lorena; Boemondo d'Altavilla, principe di Taranto e figlio di Roberto il Guiscardo; Raimondo di Saint-Gilles, conte di Tolosa; Roberto, conte di Fiandra; Roberto, duca di Normandia e figlio di Guglielmo il Conquistatore; Stefano, conte di Blois e Chartres. I vari contingenti armati, che si mossero chi per mare chi attraverso i Balcani, si concentrarono a Costantinopoli, dove l'imperatore Alessio Comneno fece di tutto per farli ripartire al pi presto, giudicando, non a torto, pericolosa la concentrazione attorno alla citt di tanti Franchi (cos in Oriente venivano chiamati in genere gli occidentali). Fu stabilito che l'imperatore avrebbe fornito ai crociati viveri e armi, ottenendo in cambio la restituzione dei territori appartenuti in precedenza all'impero e il riconoscimento della sua superiore autorit sulle formazioni politiche eventualmente nate dalla vittoria dei Franchi.
La spedizione si mosse nel giugno del 1097 e procedette in mezzo a gravi difficolt.
La stagione estiva non era la pi propizia per un esercito di cavalieri armati in maniera inadeguata alle condizioni climatiche di quelle regioni, oltre che impreparati ad affrontare un nemico che si spostava velocemente e faceva largo impiego di arcieri e di cavalieri armati alla leggera. A ci si aggiungevano gli odi e le rivalit, che dividevano i grossi personaggi sopra menzionati e che Goffredo di Buglione, nominato capo dell'esercito crociato, non era in grado di tenere pienamente a freno. Ci nonostante il 15 luglio del 1099, dopo cinque settimane di assedio e tanti atti di eroismo dall'una e dall'altra parte, si giunse alla conquista di Gerusalemme, che fu accompagnata dal massacro quasi totale della popolazione musulmana ed ebraica.


APPROFONDIMENTI

Alle origini del turismo religioso:
La guida per i pellegrini di San Giacomo di compostela

Tra i tanti pellegrini che percorsero le strade dell'Europa medievale per adempiere un voto, per chiedere la guarigione da una malattia o per espiare i propri peccati (in quest'ultimo caso si parlava di peregrinatio poenitentialis), non mancarono coloro che pensarono di mettere la propria esperienza a disposizione degli altri, redigendo vere e proprie "guide", pi o meno dettagliate e ricche di notizie utili per il corpo e per l'anima.
Tra esse la pi nota, al di fuori anche della cerchia degli studiosi di letteratura medievale,  certamente la Guida del pellegrino di San Giacomo, ora disponibile anche in traduzione italiana (Cinisello Balsamo, Edizioni Paoline, 1989; Milano, Jaca Book, 1989).
Composta intorno al 1135, inizia con il descrivere i quattro itinerari che attraversavano la Francia fino ai Pirenei, passando poi alla strada da percorrere in territorio spagnolo, il cosiddetto "cammino di San Giacomo".
Per il primo tratto il pellegrino aveva a disposizione due itinerari - la via per il passo di Roncisvalle, reso famoso dall'episodio del paladino Rolando, e quella per Somport d'Aspe -, che convergevano a Puente la Reina, nei pressi di Pamplona. "Di l - informa la Guida - una sola via conduce fino a San Giacomo".
Da Puenta la Reina a Compostela c'erano da percorrere ancora 600 kil., che mettevano a dura prova le forze del pellegrino, gi in viaggio da mesi se proveniva, come avveniva spesso, dalle varie regioni della Francia, dalla Germania, dall'Austria, dalla Svizzera o, meno frequentemente, dall'Italia. Le insidie erano le pi varie: assalti di briganti, malattie, scarsit e cattiva qualit del cibo, acque inquinate, traghettatori avidi che praticavano tariffe alte e sovraccaricavano le miserabili imbarcazioni, le quali non di rado si rovesciavano, facendo annegare i passeggeri. Allora "i battellieri si rallegrano malvagiamente, dopo aver razziato le spoglie dei morti".
Ormai sradicato dai suoi luoghi di origine, ma ancora lontano dalla meta, il pellegrino ha momenti di acuto sconforto, che rendono il suo umore sempre pi tetro, ma poi si riprende, ricordandosi che il suo non  un viaggio di piacere. Lungo la strada, infatti, anche se incontra popolazioni barbare e ripugnanti (i peggiori sono i Baschi, ma la malizia dei Navarresi eguaglia quella dei Saraceni), pu visitare le basiliche dove sono custoditi i "corpi dei santi che riposano lungo il cammino di San Giacomo".
Finalmente l'arrivo a Compostela! Il capitolo IX, l'ultimo, descrive con ricchezza di particolari e con grande emozione lo splendore della citt, che "sovrasta ogni altra, che racchiude ogni delizia... la pi beata e la pi nobile di tutte le citt della Spagna", le sue chiese e soprattutto la basilica di San Giacomo. "Il corpo dell'apostolo giace qui, tutto intero, divinamente illuminato da gemme degne del paradiso, circonfuso di divini profumi incessantemente fragranti, adorno di sfavillanti luci celesti, assiduamente oggetto di angelico culto".


17.5.
Gli Stati crociati e l'esportazione
dei rapporti feudali in Oriente

La presa di Gerusalemme fu tanto pi sorprendente, se si considera che i crociati erano a digiuno di poliorcetica (arte degli assedi) e che le loro fila si andavano assottigliando man mano che si procedeva alla conquista di centri importanti. I capi dei vari contingenti dell'esercito, desiderosi com'erano di ritagliarsi un proprio dominio, preferivano infatti fermarvisi e lasciare agli altri il compito di andare avanti. Il primo ad abbandonare l'esercito crociato fu Baldovino di Fiandra, che si fece conte di Edessa. Poco dopo fu la volta di Boemondo di Taranto, che divenne principe di Antiochia. Teoricamente essi erano vassalli del Regno di Gerusalemme, che fu assegnato a Goffredo di Buglione. Questi in segno di umilt assunse il titolo di "avvocato del Santo Sepolcro", ma mor gi l'anno dopo e gli successe il fratello Baldovino, che assunse il titolo di re. Fu lui ad avviare un'energica azione di consolidamento del regno, completando la conquista del litorale e cercando di rendere pi sicure le strade percorse dai pellegrini. La base del suo potere era rappresentata da quei cavalieri crociati che avevano rinunciato a fare ritorno a casa e che avevano ottenuto feudi dal sovrano. Ad essi si aggiungevano temporaneamente quelli che arrivavano ogni anno in Terrasanta per adempiere un voto e che si cercava di trattenere con la prospettiva della concessione di feudi. I legami feudali non valsero tuttavia a far sviluppare una forte solidariet tra la classe dominante, che, pur dovendo fronteggiare l'ostilit crescente della popolazione, soprattutto nelle citt, non riusc a superare le rivalit al suo interno.
In tali condizioni, prezioso si rivel l'aiuto degli ordini monastico-militari, i cui membri, oltre a pronunziare i tradizionali voti di povert, castit e obbedienza, si impegnavano anche a combattere contro gli infedeli a difesa dei pellegrini e degli oppressi in genere. I pi importanti furono: gli Ospedalieri di san Giovanni, nati nel 1113 e ancora oggi esistenti con il nome di Cavalieri di Malta; i Templari, che nel 1120 costruirono la loro sede nel luogo in cui un tempo sorgeva il tempio di Salomone; i Cavalieri teutonici, costituitisi pi tardi, nel 1198, e destinati a svolgere la loro attivit soprattutto contro le popolazioni pagane del Nord Europa, come avremo occasione di dire in uno dei prossimi capitoli.
Importante fu anche l'aiuto delle citt marinare italiane. I Veneziani, gi largamente inseriti nei mercati orientali e, come sappiamo, dal 1082 arbitri della vita economica di Costantinopoli, si mostrarono all'inizio diffidenti nei riguardi dei crociati, che minacciavano con la loro presenza gli equilibri nella regione. I Genovesi e i Pisani diedero, invece, un'adesione pi convinta; anzi, l'apporto dei Genovesi, abili nella costruzione di macchine belliche, si rivel prezioso durante l'assedio di Gerusalemme. Una volta formatisi gli Stati crociati, anche i Veneziani vi si inserirono appieno, ottenendo, al pari di Genovesi e Pisani, privilegi commerciali di ogni genere (all'inizio significativa fu anche la presenza degli Amalfitani, che ben presto si ridusse, per, a ben poca cosa). Nacquero cos nelle citt portuali vere e proprie colonie commerciali, formate da mercanti di una stessa nazionalit, che vivevano in quartieri separati e si governavano con propri magistrati.


17.6
La riscossa dei musulmani

Il successo dei crociati fu reso possibile anche dalle lacerazioni esistenti all'interno del mondo musulmano. La situazione cambi agli inizi del Dodicesimo secolo grazie all'intraprendenza dell'emiro di Mossul e Aleppo, Imad ai-Din Zinki, il quale si ritagli un vasto dominio tra il Tigri (in Iraq) e l'Oronte (in Siria) e fu in grado di esercitare una forte pressione sugli Stati crociati, che si mostrarono militarmente e politicamente impreparati a farvi fronte. La prima a cadere fu Edessa nel 1144. La notizia dest preoccupazione in Occidente. Se ne fece interprete Bernardo di Chiaravalle, che gi conosciamo come uomo di punta del monachesimo cistercense. Fu lui a organizzare una nuova crociata, mobilitando i pi potenti sovrani dell'Occidente: l'imperatore tedesco Corrado III, il re di Francia Luigi VII, il re di Sicilia Ruggero II. L'iniziativa si risolse, per, in un completo fallimento, perch ognuno dei tre sovrani perseguiva propri obiettivi, al punto che Ruggero Secondo prefer concentrare i suoi sforzi contro Bisanzio, attaccandola nei suoi domini del Peloponneso. Solo alla fine si giunse a una forma di coordinamento tra i vari corpi di spedizione, che non valse, tuttavia, a evitare loro ripetute sconfitte.
La piena riscossa musulmana arriv qualche decennio dopo ad opera di un curdo di nome Salah ed-Din Yusuf, noto in Occidente come il Saladino, il quale si rese completamente indipendente da Baghdad, creando un sultanato che andava dall'Egitto al Tigri. Il 4 luglio del 1187 sconfisse i Franchi a Hattin e il 2 ottobre entr trionfante in Gerusalemme.
La gravit dell'evento provoc in Occidente una mobilitazione ancora pi grande che in precedenza. Scesero in campo questa volta l'imperatore Federico Barbarossa, il re d'Inghilterra Riccardo Cuor di Leone e il re di Francia Filippo Augusto, vale a dire i protagonisti della scena politica dell'Europa occidentale, ma ancora una volta con risultati assai scarsi. Il Barbarossa perse addirittura la vita nel 1190, annegando mentre attraversava il fiume Salef in Anatolia. Gli altri due sovrani continuarono l'impresa, ma a impegnarsi effettivamente fu solo Riccardo, che riusc a recuperare San Giovanni d'Acri (oggi Akko in Israele) e a strappare ai Bizantini l'isola di Cipro, trasformata in regno per la famiglia dei Lusignano. Gerusalemme rimase, invece, in mano ai musulmani. Il clima di entusiasmo religioso, che aveva reso possibili i successi dei primi crociati, si era ormai definitivamente dissolto e la crociata si avviava a diventare, al di l dell'impegno di pochi fervidi idealisti, un elemento di un pi complesso gioco politico, che coinvolgeva il papato, l'impero e tutte le altre formazioni politiche del tempo.
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17.7. La quarta crociata e la formazione dell'impero latino d'Oriente.
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La terza crociata si concludeva nel 1192. Allora era gi da un anno sul trono imperiale il figlio del Barbarossa, Enrico VI, al quale il padre aveva dato in sposa Costanza d'Altavilla, erede dell'ultimo re di Sicilia Guglielmo II, morto nel 1189. A contestargli il dominio dell regno normanno si lev un figlio illegittimo di Ruggero II, Tancredi di Lecce, ma questo non imped al giovane imperatore di impadronirsene. Suo intendimento era quello di utilizzarlo come base di partenza per una grandiosa politica mediterranea, in ideale prosecuzione di quella gi intrapresa dai Normanni. Avrebbero dovuto farne le spese sia i Bizantini sia gli Stati musulmani, alcuni dei quali, in Spagna e in Africa settentrionale, effettivamente accettarono di versargli tributi in segno di sottomissione. Un successo fu anche l'omaggio feudale, che gli prestarono sia il re di Cipro sia il titolare della corona di Gerusalemme.
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I suoi ambiziosi progetti, che avrebbero potuto cambiare la carta politica del Vicino Oriente, furono per troncati dalla sua improvvisa morte nel 1197, a soli 32 anni di et.
La scomparsa di Enrico Sesto impediva ai cristiani di Terrasanta di sfruttare la situazione favorevole creatasi con la morte del Saladino, in seguito alla quale il suo impero era frantumato in varie formazioni politiche in lotta tra di loro. Di ci si aveva piena consapevolezza in Occidente, dove peraltro sedeva sul soglio pontificio uno dei pi grandi papi di tutti i tempi, Innocenzo Terzo, che si fece promotore di una grande crociata, con i duplice obiettivo di recuperare Gerusalemme ai cristiani e di ricondurre la Chiesa d'Oriente sotto la sovranit pontificia.
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A quest'ultimo disegno era indotto dallo stato di evidente crisi dell'impero bizantino, minato al suo interno dal crescente potere dell'aristocrazia fondiaria delle province e premuto all'esterno dai nemici di sempre: Slavi e barbari delle steppe, avventurieri normanni e francesi, e Stati musulmani. La situazione economica era, inoltre, tutt'altro che florida, data la posizione di schiacciante predominio conseguita dai Veneziani, contro i quali scoppiavano di tanto in tanto sanguinosi tumulti popolari. Gli imperatori tentarono allora di ridimensionare l'influenza di Venezia, facendo ampie concessioni anche a Genovesi e Pisani, ma questo valse soltanto a mettere in allarme Venezia, che concep l'ardito disegno di trasformare il controllo economico che esercitava sullo Stato bizantino in egemonia politica.
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L'occasione fu fornita proprio dalla crociata bandita da Innocenzo Terzo. I crociati si erano radunati a Venezia nel 1202, per raggiungere l'Oriente via mare, ma erano privi dei mezzi necessari per pagare il noleggio delle navi. Il doge Enrico Dandolo offr allora il trasporto gratuito delle truppe a patto che si facesse scalo a Zara, per aiutare i Veneziani a riprendere possesso della citt, che si era data al re d'Ungheria. Ripreso il viaggio dopo la tappa a Zara, il doge riusc a convincere i capi crociati a fare un altro cambiamento di programma e a puntare direttamente sulla conquista di Costantinopoli, tanto pi che c'era un pretendente al trono imperiale, Alessio, il quale prometteva lauti compensi, partecipazione alla crociata e riunificazione delle due Chiese sotto egemonia papale.
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I crociati, allettati da tali proposte, si impadronirono di Costantinopoli nel 1203 e misero sul trono Alessio, il quale per non fu capace di smorzare la forte ostilit della popolazione contro gli occidentali e la Chiesa di Roma. Il risultato fu che i crociati assunsero il controllo diretto della citt, che fu orrendamente saccheggiata nell'aprile del 1204.
Dopo che l'ingordigia di bottino si fu placata, i conquistatori procedettero alla fondazione dell'impero latino d'Oriente e, sotto l'abile regia di Enrico Dandolo, alla sua spartizione.
Un quarto di esso, unitamente al titolo imperiale, fu assegnato a Baldovino di Fiandra. Degli altri tre quarti la met tocc a Venezia insieme alla basilica di Santa Sofia, mentre la parte restante fu divisa in vari domini, assegnati in feudo ai capi dei contingenti armati che avevano partecipato all'impresa. I pi importanti furono il regno di Tessalonica, il principato di Acaia e il ducato di Atene.
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17.8. La fine dell'impero latino d'Oriente e l'agonia dell'ideale della crociata.
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L'impero latino d'Oriente si rivel fin dall'inizio una costruzione politica assai debole, soprattutto a causa dell'ostilit della popolazione, i cui sentimenti antioccidentali e antiromani, lungi dall'attenuarsi, finirono con il diventare sempre pi forti. Naufrag pertanto sul nascere la speranza di Innocenzo Terzo di giungere a un'effettiva riunificazione delle due Chiese, dato che il nuovo patriarca di Costantinopoli, il veneziano Tommaso Morosini, non era in grado di esercitare alcuna reale influenza n sul clero n sul popolo dei fedeli. A ci  da aggiungere che gli imperatori latini non avevano il controllo dell'intero territorio bizantino, nell'ambito del quale, oltre alle formazioni politiche latine dianzi menzionate, si erano formati vari altri staterelli retti da signori locali o da membri della vecchia dinastia imperiale. A complicare ulteriormente la situazione contribuiva, infine, anche l'insofferenza di Genovesi e Pisani per la posizione di assoluta preminenza conquistata dai Veneziani: insofferenza, che li portava a rendersi disponibili a qualsiasi iniziativa che servisse a ripristinare la situazione politica anteriore alla quarta crociata.
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L'occasione propizia si present nel 1261, quando Genova riusc a stringere un patto con Michele Paleologo, signore di Nicea, il pi forte dei piccoli Stati bizantini sottrattisi all'autorit degli imperatori latini di Costantinopoli. L'impresa si rivel pi facile del previsto e lo stesso Michele sal al trono in quello stesso anno (vi rest fino alla morte nel 1282), dando inizio alla dinastia dei Paleologhi, che rester al potere fino alla conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi nel 1453. La situazione politica generale restava, per, sempre assai critica soprattutto a causa della pressione sulle frontiere da parte di Serbi, Bulgari e Turchi, che costringeva a destinare alla difesa una parte assai rilevante del bilancio statale.
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Intanto, nonostante la clamorosa deviazione sul Bosforo della quarta crociata, il papato mostrava di non voler rinunciare affatto all'idea di recuperare alla cristianit Gerusalemme e gli altri luoghi santi della Palestina. Lo stesso Innocenzo III, poco prima di morire, riusc a far bandire dal Quarto Concilio lateranense del 1215 una nuova crociata (definita passagium universale). La spedizione part nel 1217, guidata dal re Andrea d'Ungheria. Nel 1221, per, si era gi conclusa dopo una serie di inutili operazioni belliche nel delta del Nilo, il cui episodio pi rilevante fu la breve occupazione di Damietta (oggi Dumyet).
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Sull'Egitto, considerato ormai indispensabile punto di partenza per il controllo della Palestina, si concentrarono alcuni decenni dopo gli sforzi del re di Francia Luigi IX, santificato dalla Chiesa dopo la morte. Il sovrano francese pu essere considerato l'ultimo vero esponente del movimento crociato, dato che egli credette veramente nella perdurante validit dell'ideale della crociata. Questo per non valse a impedire l'esito disastroso delle due spedizioni da lui guidate (vengono generalmente indicate come sesta e settima crociata). La prima, iniziata nel 1248, si concluse nel 1254 con la cattura dello stesso re e del suo esercito, che vennero liberati solo dopo il pagamento di un lauto riscatto.
La seconda fin tragicamente nel 1270 prima ancora di iniziare, perch l'esercito radunato a Tunisi fu falcidiato dalla peste, che provoc la morte dello stesso Luigi IX.
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Tra la quinta e la sesta crociata ce ne era stata un'altra, di tipo alquanto particolare, dato che essa rappresentava una clamorosa sconfessione dell'ideale stesso della crociata. Ne fu protagonista l'imperatore e re di Sicilia, Federico Secondo, di cui parleremo ampiamente nel prossimo capitolo. La particolarit consistette nel fatto che grazie ad essa Gerusalemme fu restituita nel 1229 ai cristiani, senza che il corpo di spedizione dovesse ingaggiare alcun combattimento con i musulmani. A questo esito si era giunti attraverso un patto stipulato dall'imperatore con il sultano del Cairo, Malik al-Kamil, al quale egli si sentiva legato da una profonda simpatia intellettuale, che non mancava di suscitare scandalo in Occidente. .
L'accordo prevedeva, per, lo smantellamento di tutte le fortificazioni, per cui la citt veniva a trovarsi priva di difese davanti a un eventuale attacco esterno.  quel che accadde nel 1244, quando una trib di Turchi nomadi, sulla quale il sultano cairota non aveva alcun controllo, si impadron di Gerusalemme, abbandonandosi a saccheggi e massacri.
Mentre Luigi Nono di Francia era impegnato nei suoi vani tentativi di far rivivere lo spirito della crociata, maturavano intanto in Egitto eventi destinati a chiudere definitivamente la vicenda della presenza politica cristiana in Terrasanta. I Mamelucchi, la casta degli schiavi-guerrieri che deteneva il potere effettivo al Cairo, misero da parte gli ultimi discendenti del Saladino e nominarono un loro sultano, che avvi la conquista sistematica dei territori rimasti ancora in mano ai cristiani. Le ultime citt a cadere furono nel 1291 Tiro, Sidone, Beirut e S. Giovanni d'Acri.
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Il dibattito storiografico: LA CROCIATA, LE CROCIATE.
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Il dibattito sulle crociate coincide con le origini stesse della storiografia sul Medioevo: esse, infatti, furono gi nel Cinquecento oggetto di contrastante valutazione da parte degli storici protestanti noti come i Centuriatori di Magdeburgo e del cardinale Cesare Baronio, autore degli Annales ecclesiastici, opera storica in 12 volumi, apparsi tra il 1588 e il 1607, i quali concordavano solo nel considerare importante il ruolo in esse svolto dal papato. Il giudizio negativo degli storici protestanti fu ripreso e amplificato dagli illuministi, i quali vi videro un prodotto dell'intolleranza e del fanatismo, ma nello stesso tempo le inserirono nei movimenti di fondo della societ europea: cos Voltaire (Histoire des croisades, 1753) le consider il momento in cui si ristabil un pi stretto contatto tra Oriente e Occidente, mentre W. Robertson (The Progresses of the European Society from the Fall of the Roman Empire to the Beginnings of the With Century, 1769) e E. Gibbon (History of the Decline and Fall the Roman Empire, 1776-88) le posero in collegamento con la ripresa in Europa della vita urbana e dei traffici commerciali.
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La polemica sulle crociate, cos come quella sul Medioevo, fin con il Romanticismo, con il quale oggetto di valutazione positiva divenne proprio la passione religiosa, che consent ai crociati di superare difficolt che sembravano insormontabili. Nel mentre si poneva mano a trattazioni di grande respiro e rigore scientifico, tra cui la pi famosa fu l'Histoire des croisades di J.F. Michaud (Paris 1808), veniva avviata anche l'edizione di nuove fonti, tra cui le cronache delle crociate, intrapresa nel 1844 dall'Acadmie des Inscriptions et Belles-Lettres di Parigi con la pubblicazione del Recueil des historiens des croisades. Da allora l'interesse per il movimento crociato si  mantenuto sempre assai vivo, conoscendo una fase di accelerazione dopo la seconda guerra mondiale e portando all'emergere di due grandi filoni di ricerca: uno volto a ricostruire in maniera dettagliata le vicende e i problemi connessi alle singole crociate, l'altro mirante a individuare l'essenza e l'evoluzione dell'idea di crociata dalle origini fino al suo tramonto in piena et moderna (all'idea di crociata" fu dedicata una sessione del Decimo Congresso internazionale di Scienze Storiche, svoltosi a Roma dal 4 all'11 settembre 1955).
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A questo rinnovato interesse ha contribuito, da un lato, l'apporto di specialisti di settori diversi da quelli della ricerca storica tradizionale, quali antropologi, bizantinisti, islamisti, storici delle religioni, dall'altro l'attualit che il tema ha assunto nel dibattito tra storici israeliani e storici arabi sulla legittimit dello Stato d'Israele, le cui vicende richiamano inevitabilmente quelle del regno latino di Gerusalemme.
Oggi un dato sembra definitivamente acquisito: la crociata non fu un fenomeno tra gli altri della storia dell'Europa, bens un movimento complesso, che segn per almeno tre-quattro secoli la societ europea e che coinvolse papi, sovrani, cavalieri, mercanti, poveri, pellegrini, senza per sviluppare una sua vera e propria ideologia, poich quelli che vi parteciparono a vario titolo vissero la loro esperienza alla luce di idealit diverse. Quelle dei poveri e delle folle hanno trovato il loro storico in P. Alphandry, studioso delle religioni e della psicologia collettiva, che ha individuato nelle crociate dei poveri dei secoli XIII-XIV l'espressione di una religiosit autentica, che niente aveva in comune con l'affarismo dei mercanti e con gli interessi della Chiesa a gestire il movimento ai fini della sua politica ierocratica (P. Alphandry-A. Dupront, La Cristianit e l'idea di crociata, Bologna, il Mulino, 1974). La componente pauperistica  parsa invece irrilevante a A. Waas (Geschichte der Kreuzzge, Freiburg, Herder, 1956), che giudica secondario anche il ruolo del papato e dei mercanti in quella che si sarebbe configurata come l'epopea della cavalleria feudale.
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Intanto gi nel 1935 C. Erdmann (Die Entstehung des Kreuzzugsgedankens) aveva visto nella crociata il punto di arrivo della santificazione della guerra, iniziata con le campagne militari di Carlo Magno e di Ottone Primo contro le popolazioni pagane del Nord e dell'Est, e con le guerre da tempo in corso tra cristiani e musulmani.
Un'altra prospettiva  quella concentrata sugli insediamenti dei mercanti occidentali, e italiani in particolare, sulle coste della Siria e della Palestina all'indomani della prima crociata: insediamenti considerati una forma di "colonialismo medievale". Si vedano a tal riguardo: E. Ashtor, Storia economica e sociale del Vicino Oriente, Torino, Einaudi, 1982; J. Prawer, Colonialismo medievale. Il regno latino di Gerusalemme, Roma, Jouvence, 1982.
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Nel panorama della storiografia pi recente un posto di rilievo occupa Franco Cardini, che ha concentrato la sua attenzione non tanto su temi specifici di storia politica, religiosa, sociale, economica collegati al movimento crociato delle origini, quanto piuttosto sulla trattatistica relativa all'organizzazione della crociata tra Tredicesimo e Quattordicesimo secolo e sugli sviluppi dell'ideale crociato nel tardo Medioevo e nella prima Et moderna, in connessione, da un lato, con i nuovi orientamenti spirituali tendenti a ridimensionare il culto delle reliquie e il pellegrinaggio a Gerusalemme, dall'altro con i problemi (tra cui il pericolo turco) e le trasformazioni in atto nella societ europea del tempo. Di lui si vedano soprattutto Le crociate fra il mito e la storia, Roma, Istituto di cultura Nova Civitas, 1971, e Studi sulla storia e sull'idea di crociata, Roma, Jouvence, 1993.
Un quadro della storiografia sulle crociate  fornito da F. Cardini, La crociata, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, vol. II, Torino, UTET, 1986, pp. 395-426.
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Essendo la crociata un pellegrinaggio armato, sono da vedere anche i lavori dedicati al tema del pellegrinaggio in generale, tra cui R. Oursel, Pellegrini nel Medioevo. Gli uomini, le strade, i santuari, Milano, Jaca Book, 1979.
Per quello a Santiago di Compostela, per tanti aspetti collegato all'idea di crociata, si veda G. Cherubini, Santiago di Compostela. Il pellegrinaggio medievale, Siena, Protagon, 1998 (particolarmente ricco di indicazioni bibliografiche).
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Sul regno di Gerusalemme e sui vari problemi della sua organizzazione esiste oggi un'abbondante letteratura, che si pu recuperare partendo dai due volumi di J. Prawer, Colonialismo medievale, cit., e Crusader Institutions, Oxford, Clarendon Press, 1980, nonch dal libro di autori vari, Outremer. Studies in the History of the Crusading Kingdom of Jerusalem, a cura di B.Z. Kedar, H.E. Mayer, R.C. Smail, Jerusalem, Yad Izhak Ben-Zvi Institute, 1982.
Per il ruolo dei mercanti e delle colonie italiane e per una prospettiva pi centrata sull'Italia in generale: A. Vasina, Le crociate nel mondo italiano, Bologna-Padova, Patron, 1973; J. Prawer, Crusader Institutions, cit.; Toscana e Terrasanta nel Medioevo, a cura di F. Cardini, Firenze, Alinea, 1982; R. Manselli, Italia e italiani alla prima crociata, Roma, Jouvence, 1983.
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Sulle crociate viste dai musulmani sono fondamentali: Storici arabi delle crociate, a cura di F. Gabrieli, Torino, Einaudi, 1963; E. Sivan, L'Islam et la croisade, Paris, Maisonneuve, 1968.
Sugli sviluppi della crociata come strumento della politica ierocratica del papato contro gli eretici e gli avversari politici (di cui si parler nel prossimo capitolo): La croisade albigeoise, a cura di M. Zerner-Chardavoine, Paris, Gallimard-Julliard, 1979; N. Housley, The Italian Crusades, Oxford, Clarendon Press, 1982; "Milithia Christi" e crociata nei secoli XI-XIII, Milano, Vita e Pensiero, 1992; G.G. Merlo, Contro gli eretici, Bologna, il Mulino, 1996.
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Bibliografia.
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Sulle istituzioni del Ducato di Normandia  ancora indispensabile il volume del 1918 di C.H. Haskins, Norman Institutions, risi. New York, AMS Press, 1981. Per l'Inghilterra prenormanna si pu recuperare la bibliografia precedente partendo da H.P.R. Finberg, The Formation of England (550-1042), London, Hart-Davis, 1977. Per la conquista normanna un testo di sicuro riferimento  M. De Bouard, Guglielmo il Conquistatore, Roma, Salerno editrice, 1989. Per gli sviluppi successivi si veda J. Le Patourel, The Norman Empire, Oxford, University Press, 1976.
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Sui Normanni in Italia meridionale esiste un'ampia bibliografia, essendo stato sempre considerato il loro insediamento un momento di svolta nella storia del Mezzogiorno. Su questo problema e sui nuovi approcci ad esso da parte della storiografia pi recente si avr occasione di tornare nei capitoli 18 e 22. Qui basti il rinvio ad alcuni lavori, da cui si pu risalire alla bibliografia precedente: F. Giunta-U. Rizzitano, Terra senza crociati, Palermo, Flaccovio,1967; P. Delogu, I Normanni in Italia, Napoli, Liguori, 1984; S. Tramontana, La monarchia normanna e sveva, Torino, UTET, 1986; E. Cuozzo, Quei maledetti Normanni. Cavalieri e organizzazione militare nel Mezzogiorno normanno, Napoli, Guida, 1989; S. Fodale, L'Apostolica Legazia e altri studi su Stato e Chiesa, Messina, Sicania, 1991; J.-M. Martin, La vita quotidiana nell'Italia meridionale al tempo dei Normanni, Milano, Rizzoli, 1997; H. Houben, ruggero Secondo di Sicilia. Un sovrano tra Oriente e Occidente, Roma-Bari, Laterza, 1999. Indispensabile  il riferimento agli Atti delle Giornate normanno-sveve, che, a partire dal 1973, si tengono regolarmente con cadenza biennale a Bari, organizzate dal Centro di studi normanno-svevi: Atti che sono pubblicati dall'editore Dedalo di Bari.
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Per la storia delle istituzioni ecclesiastiche: C.D. Fonseca, Particolarismo istituzionale e organizzazione ecclesiastica nel Mezzogiorno medioevale, Galatina, Congedo, 1987; G. Vitolo, Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dei laici nel Mezzogiorno medievale. Il codice della confraternita di S. Maria di Montefusco (sec. XII), Roma, Herder, 1982; F. Panarelli, Dal Gargano alla Toscana: il monachesimo riformato latino dei Pulsanesi (secoli XII-XIV), Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1997.
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FINE Parte 4.